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SAGGI |
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Questo spazio del sito sarà dedicato alla pubblicazioni di studi, conferenze e saggi proposti da studiosi dell'Ordine templare o da Cavalieri Templari appartenenti all'Ordine dei Cavalieri del Tempio di Hiérusalem.
INDICE
Prof. Stelio Venceslai
Palestina, la terra delle genti del libro
Alla ricerca delle proprie radici
Globalizzazione economica ed etica della templarità
L’OSMTH e la tutela dei diritti umani
Lo spirito del tempo e la ricerca interiore.
Prof. Fabrizio Bartoli:
Il libro dell'Ordine della Cavalleria
In risposta allo scritto precedente: a cura di Alessio Cassinelli Lavezzo:
Sulla esercitazione dell'Arte della Cavalleria Spirituale nel Terzo Millennio.
Ing. Stefano Montaguti
Prof. Fabrizio Bartoli:
La necessità dei veri Cavalieri.
Bruno Salvatori
La caduta di San Giovanni d’Acri.
Cinzia de Crescenzio:
Bafometto e il Mandylion di Edessa
Prof. Fabrizio Bartoli:
“Non nobis Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam” - L'umiltà.
Dott. Bruno Salvatori
Dott. Francesco Brunelli
Il significato spirituale del sigillo templare
Dott. Francesco Brunelli
Salmo 133 - Fratellanza e spiritualità della preghiera templare
Andrea Fuser
Prof. Fabrizio Bartoli:
Il solstizio d'inverno ed il seme della pace interiore
Andrea Fuser
CONSIDERAZIONI SULLA TEMPLARITA’
Frà Sebastiano da Cerca
Intervento del 19 marzo 2005 in occasione del Convegno
Fr. Cav. Enrico Francia
LA VISIONE STRATEGICA DI CLEMENTE V DAL 1306 AL 1310
Fr. Bruno Salvatori CKT – CTJ - Commendatore della Commenda di Roma "Templum Domini"
In questo spazio, di volta in volta (a puntate), verranno riportati alcuni brani brevemente commentati che tratteranno i seguenti argomenti:
v
Il Principio della Cavalleria
v
Dell’ufficio del Cavaliere
v
L’esame dello Scudiero (aspirante
Cavaliere)
“Quando
cominciò nel mondo il dispregio per ogni giustizia e verità, si convenne che
queste venissero restaurate per mezzo del timore; perciò ogni popolo venne
diviso in migliaia di uomini e, fra ogni mille di essi, uno ne fu scelto che,
per bontà, saggezza, lealtà, valore, nobiltà, bellezza e devozione, su tutti
gli altri prevalesse.
Anche
fra le bestie si cercò la più bella, la più …. E poiché il cavallo è
l’animale più nobile e più adatto a servire l’uomo, fu scelto …; ecco
perché quell’uomo si
chiamò Cavaliere”.
Commento:
Fin
dall’inizio si può notare la chiarezza, la semplicità, la forza del
messaggio espresso dal Lullo. Innanzitutto il Cavaliere nasce per
necessità, perché “nel mondo cominciò il dispregio per ogni giustizia
e verità” e per far si che Giustizia e Verità siano
ristabilite.
Il
nostro periodo storico, così buio, necessita più di ogni altro della rinascita
di Cavalieri !
Ora
sarebbe interessante aprire un “Dialogo costruttivo” tra tutti
i Cavalieri aderenti all’Ordine dei Cavalieri del Tempio
su questi due principi universali e su come oggi possiamo ristabilirli
nella nostra comunità. Nelle successive frasi Raimondo Lullo definisce subito
in modo sintetico le qualità del Cavaliere: “uno che per Bontà,
Saggezza, Lealtà, Valore, Nobiltà (d’animo), Bellezza e Devozione su tutti
gli altri prevalesse”.
Brano
successivo dal “Libro dell’Ordine della Cavalleria” di Raimondo Lullo:
“E’
d’uopo che colui che aspira ad entrare nell’Ordine mediti sul nobile
principio della Cavalleria; ed è d’uopo che la nobiltà del suo cuore e la
sua eccelsa natura concordino con il principio della Cavalleria; se non farà
così, agirà contro l’Ordine stesso e i suoi principi; perciò non è giusto
che l’Ordine della Cavalleria ammetta alla partecipazione dei suoi onori,
coloro che per natura sono contrari ed estranei”.
Commento:
Nel
brano successivo notiamo che il Lullo sottolinea la necessità che l’aspirante
Cavaliere “mediti sul nobile principio della Cavalleria”;
ed inoltre che “la nobiltà del suo cuore e la sua eccelsa natura
concordino con il principio”. Rileviamo che viene dato per scontato
che il Cavaliere sia già in possesso di una eccelsa natura e di un cuore
nobile, ma inoltre si ribadisce che ci deve essere una concordanza con il
Principio della Cavalleria, altrimenti non è giusto ammettere nell’Ordine
un Cavaliere estraneo o contrario ai principi. Da questa giusta affermazione
nasce l’annoso problema della verifica relativa alle qualità del nuovo
aspirante Cavaliere; mi domando e vi chiedo, Nobili Cavalieri, come
effettuare questa opportuna verifica ?
Brano
successivo dal “Libro dell’Ordine della Cavalleria” di Raimondo Lullo:
“Amore
e timore sono i rimedi contro la
discordia e lo spregio alle leggi: si convenne, perciò, che il Cavaliere, per
la nobiltà del suo animo e per i suoi buoni costumi, nonché per l’altissimo
onore che gli si era fatto scegliendolo fra tutti e dandogli armi e cavallo, fosse
amato e temuto dalle genti, affinché con l’amore, riportasse sulla
terra la primordiale armonia e, per
mezzo del timore, ristabilisse la giustizia e la verità”.
Pondera bene, o Scudiero, … se vuoi prendere gli Ordini della Cavalleria .. assieme all’onore avrai servitù che spetta agli Amici della Cavalleria; poiché tu hai principi più nobili, sei maggiormente obbligato ad essere devoto a Dio e probo con le genti; se sarai falso, sarai il più grande nemico dell’Ordine, dei suoi Principi e del suo Onore”.
Commento:
Un
altro aspetto importante viene ricordato dal Lullo: “lo spirito di servizio”.
Chi è “Amico della Cavalleria” deve avere nell’animo quello
spirito che lo porta a servire la comunità e i più deboli: proprio perché
dotato di “principi più nobili”, il Cavaliere è “obbligato
ad essere devoto a Dio e probo (giusto) con le genti”; ed aggiunge che
se vi sarà tradimento e falsità il Cavaliere sarà il “più gran
nemico dell’Ordine”. Ora queste parole, se ritenute giuste (come io
credo), impongono un serio esame
di coscienza.
Brano
successivo dal “Libro dell’Ordine della Cavalleria” di Raimondo Lullo:
“Chi ama la Cavalleria e vuole entrare in essa, è giusto che riceva istruzioni da un Cavaliere … e non è sufficiente che uno Scudiero che chiede gli Ordini sappia aver cura del cavallo, serva il suo signore e lo accompagni nei fatti d’arme; sarebbe necessario che un Uomo d’Ordine facesse scuola e che vi fossero dei libri concernenti le varie dottrine e che l’Arte venisse insegnata a somiglianza delle altre”.
Commento:
Viene
infine ricordato un altro compito importante del Cavaliere
e cioè quello di istruire i Fratelli amanti della Cavalleria, infatti
l’aspirante Cavaliere (Scudiero) dovrebbe apprendere da “un Uomo
d’Ordine” ed anche da libri riguardanti le varie dottrine e
discipline inerenti i principi della Cavalleria.
Credo
che queste parole siano quanto mai attuali e sacrosante, cari Fratelli abbiamo
molto da lavorare !
Mi
farebbe piacere, se con questo scritto e con i successivi, si potessero
scambiare riflessioni e pareri su questi argomenti, instaurando una sorta di
dialogo a distanza tra Fratelli e persone interessate e sensibili.
Ritengo che chiarirsi le idee su questi argomenti sia molto importante, sia per l’Ordine dei Cavalieri del Tempio, possibili eredi della Vera Cavalleria, che per tutta la Comunità.
Sulla esercitazione dell'Arte della Cavalleria Spirituale nel Terzo Millennio.
In risposta allo scritto precedente: a cura di Alessio Cassinelli Lavezzo
La sfida più grande che oggi un Templare si trova ad affrontare è la preservazione di quella tensione ideale nei confronti della Cavalleria Spirituale che deve animare ogni buon Gerosolimitano, essendo notevolmente mutate sia le condizioni culturali che l'ambiente di riferimento nel quale ebbe origine l'antico Ordine del Tempio.
Emerge allora con forza il concetto di Cavalleria Templare nelle sue tre grandi componenti, indissolubilmente legate fra loro: Templarità verso l'esterno (agire con rettitudine e carità nel mondo); Templarità verso l'interno (lavorare intensamente nei meandri del proprio cuore);
Templarità verso il Principio Creatore (orientare l'anima a Dio, come dall'inizio dei tempi fa il girasole nei confronti dell'astro che gli fornisce l'energia per vivere).
Ecco l'affascinante, geometrica, triplice complessità che evoca il termine Templarità: Cavalleria come protezione dei deboli, Cavalleria come rettitudine di intenti e lealtà, Cavalleria come percorso verso Cristo ed in Cristo.
La società moderna è naturalmente molto diversa da quella medioevale, che vide quali protagonisti i primi Cavalieri del Tempio: pericoli, inganni, soprusi sono oggi più sfumati e di differente natura ma certamente non meno frequenti ed insidiosi.
In questo contesto l'Arte della Cavalleria deve esplicarsi in tutte le proprie molteplici sfaccettature: il Templare deve saper agire con costanza e soprattutto con discrezione, essendo assolutamente antitetico all'Etica cavalleresca il voler ostentare ai Confratelli o peggio rendere pubblico il bene fatto nei confronti di un bisognoso.
E' infatti scritto, nell'antica formula del giuramento di ammissione di un Cavaliere all'Ordine del Tempio: "...religiosis personis, verbis, armis et bonis operibus auxilium non denegabo...".
Non si può dimostrare verso l'esterno di essere Templare se non si è profondamente Templare dentro: ne consegue un intenso, continuo e necessario lavoro interiore del Cavaliere al fine di predisporre il proprio cuore ai principi santi della bontà e della tolleranza e la propria anima ai principi sacri della Cristianità Ecumenica.
Emerge dunque un profilo nobile e generoso, pio e saggio: è la trasfigurazione del Cavaliere ideale, che deve accompagnare costantemente il percorso terreno di ogni buon Templare che desidera seguire fedelmente le orme dei propri antichi Padri.
Il Templare, quindi, deve tornare ad essere guardiano del Tempio di Cristo che ogni uomo possiede nel proprio cuore, contribuendo con buoni esempi a creare quella Società migliore, meta e scopo ultimo di ogni credente, la cui realizzazione è negli auspici di tutti gli uomini di buona volontà.
Lo spirito del tempo e la ricerca interiore.
Prof. Stelio W. Venceslai
1 - E’ difficile percepire pienamente lo spirito del tempo. Vi siamo naturalmente immersi ma solo anime rare possono essere fuori tempo, uscire dal loro involucro fisico e spaziare nell’oggettività dell’essere.
La comprensione è difficile, come tutti i percorsi della conoscenza nei quali si riflettono desideri e timori, ansie ed attese, la non adeguatezza degli strumenti e la paura dell’ignoto.
Ogni uomo, nella singola identità che rappresenta, così come nella comune identità della specie (la società umana in cui vive), è un soggetto inalienabile di libertà e tende ad essere l’artefice della propria vita.
In questa tensione creatrice, spesso frustrata dagli eventi esterni, l’uomo moderno vive in una dimensione di solitudine, eroe suo malgrado di una gigantesca saga di errori e di speranze, di azioni e di riflessioni. Ogni volta corregge la rotta in un oceano di verità e di incognite nel quale naviga, a volte sicuro e a volte, trascinato dalle correnti dello spazio e del tempo, in un percorso obbligato il cui nocchiero è sempre e sostanzialmente solo.
Quando all’orizzonte si palesasse un’altra nave, un nuovo approdo, una zattera di salvataggio emersa dai flutti della tempesta, la condivisione del nuovo o del diverso non ne fa una comunità ma se possibile amplia i confini della sua difficile realtà e delle sue incognite.
2 - Morto il Dio dei riti, dei roghi, dei dogmi, si fa strada la ricerca del Dio interiore, spesso senza averne gli strumenti conoscitivi necessari, spesso senza neppure rendersi conto dell’esistenza e dell’entità del problema.
Questa dimensione solitaria, perché l’uomo nasce solo, solo muore e solo affronta le tappe del suo destino, è, in fondo, il suo sacerdozio. Così come questo sacramento è usque ad eternum, così l’essere dell’uomo tende all’infinito – finito. Infinito, perché tale è la forza del suo spirito che alimenta la sete di conoscenza e che detta le ragioni dell’esistenza. Finito, perché l’unica certezza esistente è quella della morte, del ritorno verso una dimensione sconosciuta, temuta, volutamente, tenacemente ignorata, ma che comunque s’impone alla volontà dell’essere.
L’ansia di vivere e la speranza di non morire, né a se stessi né agli altri, come scrive Giovanni Gentile[1], sono i prodromi di una religiosità personale sofferta, complessa, ricca di motivazioni personali, di riti, di dogmi e di credenze che ne fanno davvero un tempio interiore. Ogni credente ne ha uno particolare nel grande alveo della corrente religiosa in cui si colloca, ogni non credente se ne crea, magari per contrasto, uno proprio.
Questa comunità di templi interiori è l’unico modo con il quale ognuno di noi riconosce nell’altro un’identità dell’essere e del sentire, anche se con modi diversi, nella comune solitudine in cui sono immerse le nostre vite.
Paradossalmente, questa comunità porta all’ecumenismo, porta ad acquisire tolleranza e rispetto, compartecipazione sofferta, data l’identità dei percorsi, per la comune complessità della ricerca interiore.[2]
L’integralismo, invece, ci porta indietro: alle lotte di religione, alla prevalenza di un Dio rispetto a quello degli altri, alla presunzione di una fede rivelata solo ad alcuni e non all’umanità, alla discriminazione fra chi ha capito e crede e chi non riesce a capire o crede altrimenti.
Alla ricerca del Dio interiore, del principio di Dio, quale elemento comune e vivificante per tutti gli esseri umani, sono chiamati coloro che ne avvertono il bisogno, senza discriminare o respingere, impegnati in una ricerca che è, soprattutto, ricerca all’interno di se stessi.
3 - La principale difficoltà è di riuscire a rompere l’involucro d’indifferenza o di trascuratezza nel quale è racchiusa la nostra anima. Poiché viviamo tutti in un sistema di massificazione intellettuale di natura generalmente mediatica, è già di per sé un fatto di straordinario rilievo riuscire ad emergerne, guardando ciò che ci interessa con i nostri occhi, valutandolo con la nostra mente invece che con gli occhi e la mente altrui,
La valutazione soggettiva porta ad un senso d’insoddisfazione rispetto a ciò che è noto ma anche all’analisi critica, alla scoperta d’altri valori e d’altre strade, alla perenne ricerca del diverso, del possibile, dell’inconscio.
Rotto l’involucro e superati, almeno in parte, i condizionamenti esterni della società mediatica, tutto diventa possibile, dal rifiuto del sistema alla sua accettazione critica oppure alla ricerca di valori nuovi e più personali.
In tal modo l’uomo attinge ai suoi valori personali, ai suoi principi interiori, utilizzando parti ed energie di sé fino ad allora poco conosciute ed esplorate. Quando ciò avviene conta solo l’essere umano in quel momento, nella sua esternazione verso un futuro incerto e non immaginabile, nella sublime contraddizione tra il suo essere mortale e la sua aspirazione all’infinito.[3]
La fuga nel passato non risolve i problemi che si pongono all’uomo d’oggi, perché la nostalgia e le regressioni sono altrettanto pericolose quanto la vaghezza dei sogni e delle illusioni. Tra il vecchio che muore e che non vuole morire ed il nuovo che arriva, ma stenta ad arrivare, c’è un lungo percorso sofferto, un vuoto di certezze che spinge alla ricerca di strade nuove, anche se, molto spesso, rinunciando a pensare, riduce alla consunzione del presente, alla massificazione superficiale delle coscienze ed alla gestione dei propri agi tranquilli.
4 - Il cosiddetto “villaggio globale” nel quale siamo ormai immersi da qualche tempo, tende ad appiattire le differenze, ad “omologare” le diversità culturali, spirituali e materiali. In altri termini, specie per l’uomo dell’Occidente[4] il cui livello di vita è, mediamente, di gran lunga superiore a quello del resto dell’umanità, tutto ciò induce facilmente a non pensare od a pensare secondo gli schemi altrui, diffusi e condivisi dalla massa, perché di più facile accettazione e di largo consumo.
La prevalenza politico – economica nordamericana può forse essere facilmente ritenuta responsabile di questo ovvio risvolto del suo predominio politico e militare continentale ma, a ben vedere, il fenomeno può essere interpretato, più fondatamente, come un effetto dell’espansione pressoché incontrollata delle multinazionali. L’effetto di globalizzazione è molto più ampio e, in un certo senso, più insidioso di quanto comunemente non si pensi, perché esso si esercita tanto nel mondo degli affari e dei consumi quanto sul piano politico e culturale, con particolare riferimento al settore dei mass media.
Ma, inevitabilmente, a tutto ciò si aggiunge un effetto ulteriore: non solo si tende tutti a pensare secondo gli ovvi schemi che ci vengono propagandati e diffusi, ma il livello formativo-informativo di questi messaggi economici, politici e mediatici è estremamente basso. Accade un po’ quello che avviene in una scuola in cui tutti sono al livello dei meno intellettualmente formati per non creare discriminazioni che potrebbero essere ripugnanti alla nostra sensibilità sociale.
A tutto ciò si aggiunge, poi, quella straordinaria interazione tra biologia ed informatica che, al servizio delle stesse multinazionali, sta mappando geneticamente il mondo, creando nuove tecnologie genetiche, mostri intenzionali o casuali, esseri uomo/animale da utilizzare come giardini per trapianti. Si estende ormai sino ai limiti dell’inverosimile la capacità di reinterpretare la biologia anche umana, ponendoci tutti di fronte a delle nuove realtà le cui frontiere si allontanano sempre di più dalla nostra comprensione.
Il balbettio dei moralisti e dei conservatori, quelli veri, che oppongono concezioni travolte dal tempo all’irrompere del nuovo, il cui volto spesso non è affatto piacevole, alimenta le inchieste giornalistiche e le interrogazioni parlamentari, il numero delle encicliche e la produzione di luoghi comuni, ma non altera neppure di poco il fatto che all’irresistibile sviluppo della scienza non si può opporre un non exequatur che lascia il tempo che trova.[5]
5 - Le mutazioni che intervengono, con effetti spesso devastanti sulle conoscenze tradizionali, aprono nuovi e pressoché infiniti campi d’azione all’intelletto umano. Tutto ciò comporta l’acquisizione di nuove conoscenze ma, soprattutto, la necessità di diversi e complessi adattamenti per seguire tale evoluzione e padroneggiarla ad uso e consumo dell’uomo.
In un certo senso, le maggiori difficoltà non sono tanto nella ricerca o nel conseguimento di un risultato quanto nella reale capacità di accettazione da parte dell’uomo comune (e delle sue più generali espressioni politico-sociali, quali la politica o la religione o la mass-mediaticità) delle implicazioni di tali eventi.
Ciò dipende dal fatto che conosciamo in genere meglio ciò che ci è stato tramandato dalle generazioni che ci hanno preceduto. Abbiamo una fiducia maggiore nei confronti di istituzioni od assetti sociali od amministrativi consolidati da tempo. Questo spesso dagli sciocchi viene chiamato conservatorismo.
E qui s’impone una riflessione articolata.
Spesso si associa all’idea di progresso un infantile ritorno alla natura che non è in alcun modo possibile, eccitando l’accresciuta sensibilità dell’opinione pubblica su temi relativamente nuovi, quali l’ambiente, le nuove energie, le coltivazioni biologiche, spacciando tali obbiettivi per concreti, dimenticando i problemi ed i costi reali dello sviluppo, il bisogno di soddisfare esigenze molteplici cui il semplice ritorno all’aratro tirato dai buoi non potrebbe corrispondere.[6]
Il conservatorismo è stupido perché non permette evoluzione. D’altro canto, non bisogna confonderlo con la tradizione. Il richiamo alla tradizione, paradossalmente, è tanto più forte quanto più penetrante ed efficace è l’innovazione. In un certo senso, è solo innovando che si scava nel solco tracciato dalla tradizione, perché ciò che si trasmette è, generalmente, la parte migliore del processo speculativo e dello sviluppo umano.
Anche se ciò non ci esime dal contestarli o, addirittura, dall’avversarli, la creazione di nuovi meccanismi o di nuovi istituti suscita sempre in noi una certa diffidenza, se non altro per la buona ragione che occorre il collaudo del tempo per affinarli.
Al desiderio di capire l’ignoto quasi sempre si accoppia il timore del nuovo, presumendo che siano sufficienti strumenti semplici e ben noti che, in realtà, si rivelano inadatti ai nuovi bisogni. Non è per caso che la previsione legislativa di un nuovo istituto giuridico, in genere, sopravviene solo dopo che l’esperienza fatta ne ha reso necessaria la presenza.
La conoscenza tecnologica è sempre più rarefatta, esigendo specializzazioni difficili da conseguire e complesse, sempre più intersettoriale è il suo sviluppo, determinando la necessità dei think thanks, dove convergono conoscenze diverse per sinergie prima non pensabili, e sempre più elitario è lo scenario nel quale ciò avviene e maturano, in fondo, i destini dell’uomo.
In tal modo anche la politica, nel suo significato più nobile, diviene strumento di un’élite sempre più ristretta che tende a sfuggire a qualunque controllo.[7]
6 - In questa situazione è facilmente comprensibile la tentazione di essere serenamente teleguidati. E’ così facile non dover pensare e, soprattutto, non dover rischiare il proprio quieto benessere, la cui natura, appunto quieta, respinge l’addensarsi dei problemi cui sembra che non ci sia rimedio o la cui soluzione si presenta rischiosa e complessa.
Non abbiamo, forse, accantonato l’idea della morte? Non abbiamo, forse, allontanato progressivamente da noi il senso di Dio? La nostra società attuale è il risultato di un benessere sostanziale espresso da una capacità di consumo individuale come non si è mai avuta fino ad ora nella storia dell’uomo. Solo negli ultimi dieci anni la vita si è allungata in modo esponenziale, le malattie tradizionali o sono scomparse o sono in arretramento. Ci sono, è vero, nuovi e, forse, più terribili morbi (Bse, Aids, Ebola), ma il loro profilarsi all’orizzonte è ancora molto incerto. Non sono ancora un fenomeno di massa, come la peste nera, la poliomielite, la tubercolosi, la spagnola, il colera, la lebbra, ormai confinate in ambiti ristrettissimi e, talune, in via d’estinzione.
Mai, come in questo periodo, il benessere è stato così diffuso, mai l’uomo ha prodotto tanto ed a prezzi, in fondo, così accettabili da permettere l’accesso al mercato ad una larghissima parte della collettività occidentale. Perché dovremmo rinunciare a tutto ciò? Perché dovremmo, a fronte di questo stato di benessere, turbare i nostri sonni affrontando problemi astratti come quello della libertà reale dell’uomo? Non è, forse meglio decidere di delegare a chi se la senta questa funzione e godersi, invece, il risultato di questo mezzo secolo di pace [8], di traffici lucrosi, di assetti civili e politici non scomodi e non funesti? Indubbiamente, occorre tenere conto di questa realtà sulla quale è difficile incidere.
D’altro canto, questa situazione di benessere, almeno per una minoranza forse più avveduta e sensibile, non è un buon motivo per non riflettere e non porsi delle domande sul senso della nostra vita, sui nostri obbiettivi di fondo, sull’inevitabile solitudine dell’anima, che non si placa con un Dvd o con un cellulare che scatta foto da inviare agli amici o con una vacanza “estrema”.
Questa minoranza, probabilmente, può anche temere l’insorgere di una nuova e ristretta classe dirigente che in funzione dei propri interessi decida come dobbiamo vestirci la prossima estate, che tipo di software dovremo comprare, quali shows dovremo vedere, quale libro o quale canzone far diventare un best seller, su quale argomento mal capito, mal presentato e spesso futile, dovremo discutere al bar con gli amici e così via.
Nel Medioevo dell’anno mille il sapere era faccenda di pochi, gelosamente custodito e trasmesso nelle biblioteche dei conventi, molto spesso interpretato non correttamente se non, addirittura manipolato in funzione del proprio credo o delle proprie esperienze. La massa, quella che confluiva nei giorni di mercato attorno ai conventi, quella dei lavoratori intenti a disboscare il loro campo, a cacciare di frodo selvaggina per mangiare carne altrimenti inesistente o proibita, quella dei servi della gleba che nascevano e morivano nel nulla, era solo lo scenario brulicante di una società di niente, invasata da ossessioni religiose o superstiziose, generalmente poverissima ed affamata, strutturata in funzione del prete o del signore, cui dava ossequio e lavoro, figlie per farne serve o carne da letto, figli per farne servi o carne per picche ed alabarde.
Questo Medioevo dove solo qualcuno sapeva e, quindi, comandava, anche se con la croce di Cristo oltre che con la spada del Principe, è oggi talmente lontano da noi, dal nostro individualismo, dalle nostre concezioni di libertà e di rispetto dell’uomo, che sarebbe impensabile un suo ritorno.
7 - A ben riflettere, la società che si profila all’orizzonte, con tutti i suoi valori tecnologici, non è, poi, molto lontana da quelle biblioteche conventuali dove il sapere era élite, in cui la decisione era sovrana, inappellabile e spesso mortale. Certo, la democrazia ha in vari modi insegnato che occorre un parere del popolo, e ci rassicuriamo pensando che certe situazioni non potranno mai determinarsi perché, appunto, occorre che democraticamente ci si esprima. Ma noi sappiamo quanto facilmente i mass media siano in grado di manipolare il consenso, sappiamo quale sterminata ed inavvertita presenza abbiano le grandi strutture di potere, quello vero, nella nostra vita, nei nostri consumi, nelle nostre scelte, nelle nostre idee.
Non è poi così lontano il Medioevo tecnologico che si prospetta. Forse c’è sempre stato un Medioevo per chi decide e per chi è oggetto delle altrui decisioni, ma quanto tutto ciò, una volta che se ne avverta la presenza ed il peso, è suscettibile d’accettazione? Quanto ad esso si oppongono la libertà, la cultura, l’intelligenza dell’uomo? Non era già Dante, agli inizi del volgare, a sostenere: “….fatti non fummo per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” ?
L’evoluzione dell’uomo e, soprattutto, del suo spirito, al di là dell’innovazione e delle macchine che questa esprime, nasce dalla qualità e dall’intensità delle idee, dalla percezione del tempo imminente e dei probabili assetti futuri della società in cui vive.
Solo le idee sono quelle che, pur cercando nel tempo di trasformarsi, adeguandosi alle nuove realtà, restano disponibili alla normale accettazione degli uomini[9], anche se non si deve dimenticare che “Tutte le idee sono in parte figlie del loro tempo e spazio e molte di quelle dell’antica Grecia apparirebbero oggi strane se non addirittura negative alla gran parte degli occidentali. ….. La chiave di lettura non è quella di guardare al passato e aspettarsi di vedere il presente, ma di identificare nella storia i semi del cambiamento nel tempo e nello spazio”.[10]
Noi sappiamo d’essere il frutto di una storia millenaria. Con i suoi conflitti sanguinosi, i suoi errori fatali e le sue conquiste, questa storia che ci appartiene ha espresso un tipo di civiltà che, nel bene o nel male, ha caratterizzato di sé l’intero sistema planetario.
Sappiamo anche che la storia è più veritiera quanto più il tempo ci allontana da essa perché ne scompaiono le passioni ed il dolore che l’hanno animata.
Ma il nostro senso del tempo va in una duplice direzione: l’accettazione delle nostre radici e la ricerca di assetti sociali e spirituali migliori.
Al pessimismo insito nell’idea di un Medioevo tecnologico è possibile opporre, nella stessa misura in cui si devono rivalutare ed esaltare le tradizioni (in quanto patrimonio genetico), l’ottimismo dell’idea di una Rinascenza, perché no?, templare, che dall’insieme del passato, delle angosce e delle difficoltà del presente, sia in grado di tracciare una visione migliore della società nella quale viviamo.
La nostra civiltà ha raggiunto dei traguardi considerevoli in base ai principi della intolleranza (razziale o religiosa) e della violenza (economica od armata). Il pessimismo e l’esperienza ci inducono a ritenere che non possa ancora che essere così.
Ma, a questo stadio di sviluppo, l’ottimismo dovrebbe indurci a pensare che molti e diversi e migliori potrebbero essere i risultati di una crescita collettiva e più equa per l’insieme della collettività umana e non solo per quella occidentale. La persistenza e l’accentuarsi degli squilibri non sono di certo una garanzia di pace. Possono solo essere fomite di altre intolleranze e di altre violenze. Ogni giorno avvertiamo l’addensarsi di antichi spettri (la paura, il fanatismo, l’intolleranza), con eventi quasi quotidiani di morti e di stragi, tanto facili a farsi quanto difficili a prevenirsi.
Occorre che gli strumenti siano diversi, occorre confrontare gli spiriti e non le armi, occorre che tempio interiore di ognuno colloqui con quello dell’altro, anche se diverse sono le storie, le credenze e le lingue, i risentimenti e le speranze. Cambiando metodo, forse, non maggiori saranno le difficoltà ma più profonda può essere l’intesa.
Lo spirito del tempo non è una prerogativa dell’Occidente. E’ un quadro d’insieme ben noto, nella sua prospettiva globale, a tutti coloro che sulla terra si pongono i problemi dell’essere. E’ su questo humus che occorre affondare il seme della tolleranza e fondare il Tempio comune quale punto d’incontro di civiltà diverse.
Roma, 24 agosto 2003
[1] “Morremo, ma da questo culto dei morti, ecco, si sprigiona il canto di Omero, che vince il silenzio di mille secoli. Nel vivente che tiene in vita i morti è la scintilla che accende la luce dell’eterno. ….. La morte è un fatto sociale. Chi muore, muore a qualcuno.” Cfr. Giovanni Gentile: Genesi e struttura della società, Mondadori ed., Milano (1954), pagg. 201 e 209.
[2] Cfr. Maria Rosa Menocal: The Ornament of the World. How Muslims, Jews, and Christians created a culture of tolerance in medieval Spain, con una prefazione di Harold Bloom, Little, Brown and Company ed., Boston – New York – London (2002); tradotto in italiano con il titolo: “Principi, Poeti e Visir”, Il Saggiatore ed., Milano (2003), pagg. 1 – 286. Un libro affascinante, pervaso da un profondo senso d’ammirazione nei confronti del Regno di al-Andalus, nella Spagna islamica, e del normanno Regno di Sicilia, visti come emblematici regni medievali della cultura e della tolleranza. Una visione, forse, troppo ottimistica, ma indicativa di un certo stadio di progresso culturale interreligioso che si è perduto nel tempo.
[3] Cfr. Julius Evola: Rivolta contro il mondo moderno, con un saggio introduttivo di Claudio Risé, Edizioni Mediterranee, Roma (1998), pagg. 25 – 481. Si veda anche René Guénon: La Crise du .Monde Moderne, Gallimard. Ed., Paris, senza indicazione della data d’edizione, tradotto in italiano con il titolo “La crisi del mondo moderno”, con un’introduzione di Julius Evola, Edizioni Mediterranee, Roma (2000), pagg. 25 – 161.
[4] Con il termine “occidentale” s' intende far riferimento “….. alla cultura classica che nacque in Grecia e a Roma, sopravvisse al crollo dell’Impero romano; si diffuse nell’Europa occidentale e settentrionale; quindi durante la grande epoca delle esplorazioni e delle colonizzazioni che va dal secolo XV al XIX secolo si espanse alle Americhe, all’Australia ed a certe parti dell’Asia e dell’Africa; e che oggi esercita un potere politico, economico, culturale e militare su scala globale ben più ampio di quanto la sua entità territoriale e demografica potrebbe far pensare”. Cfr. Victor Davies Hanson: Carnage and Culture, Doubleday – Random House ed., (2001), senza indicazione del luogo d’edizione; tradotto in italiano con il titolo: “Massacri e Cultura”, Garzanti ed., Milano (2002); Mondolibri, Milano (2003), pagg. 1 - 571. Si tratta di un lungo ed appassionante saggio su nove battaglie considerate decisive (Salamina, Gaugamela, Canne, Poitiers, Tenochtitlàn, Lepanto, Rorke’s Drift, Midway e delle battaglie durante la cosiddetta offensiva del Tet) che, ad avviso dell’Autore, hanno portato la civiltà occidentale a dominare il mondo. La citazione è alla pag. 7.
[5] I Cinesi decisero di bruciare le loro flotte e di rinunciare al predominio sui mari, ma ciò li mise nelle mani di chi le flotte le costruiva e le adoperava. La scienza ufficiale negò sino alla fine che la terra girasse intorno al sole e fosse rotonda, ma la terra continuò e continua a girare intorno al sole. Gli Indios credettero che gli invasori bianchi venuti dal mare fossero tanti Viracocha, ed i loro imperi franarono come castelli di sabbia davanti ai cavalli ed agli archibugi spagnoli.
[6] Se Nerone oggi presentasse una domanda al Comune di Roma per asciugare il lago davanti alla costruenda Domus Aurea, se Michelangelo ed il Bramante chiedessero i permessi necessari per erigere il colonnato di Piazza S. Pietro, probabilmente una violenta campagna di stampa degli ambientalisti impedirebbe la costruzione di alcunché.
[7] Beaumarchais così definiva la politica, e le sue parole sono tuttora attuali: “Fingere di ignorare ciò che si sa benissimo e di sapere ciò che si ignora; fingere di capire ciò che non si capisce e di non capire ciò che si capisce assai bene; fingere d’essere potenti al di là delle nostre forze; avere spesso da nascondere questo gran segreto, che non c’è nessun segreto da nascondere; sembrare profondi quando si è vuoti; darsi bene o male le arie di un personaggio importante; diffondere spie stipendiate dai traditori; nobilitare la povertà dei mezzi con l’importanza dei fini: ecco che cos’è la politica”.
[8] “….. le zone del mondo in pace sono vecchi campi di battaglia, luoghi di antiche stragi …..i cinquant’anni di pace che ci stiamo godendo in Italia, per la prima volta da millenni, sono l’eredità tragicamente felice di millenni di guerre interne od esterne che hanno cancellato le differenze insostenibili”. Cfr. : Gabriele Boselli: Diversità, differenza e cura, Seminario “Formarsi delle tematiche della differenza e della diversità. Profili dell’accoglienza”. Pesaro, Lezione del 4 novembre 1998.
[9] Secondo Albert Schweitzer: “La forza degli ideali è incalcolabile. Non vediamo alcuna forza in una goccia d’acqua ma lasciamola cadere in una fessura della roccia e trasformarsi in ghiaccio, essa fenderà la pietra; divenuta vapore l’acqua muove i pistoni delle più potenti macchine. Le è accaduto qualcosa che rende attiva ed efficace la forza in essa latente.
La medesima cosa avviene per gli ideali. Gli ideali sono pensieri; fin tanto che esistono puramente allo stato di pensieri la loro forza interna rimane inefficace per quanto vivo possa essere l’entusiasmo e profonda la convinzione che li accompagna. Soltanto quando vanno a far parte di qualche particolare personalità umana la loro forza diviene efficace”.
[10] Cfr. V. D. Hanson, op. cit., pag. 35.
Bafometto e il Mandylion di Edessa
di Cinzia de Crescenzio
Tra le diverse ipotesi di “identificazione” proposte dagli storici per il misterioso Bafometto, particolarmente suggestiva sembra quella recentemente avanzata da A. G. Gilbert nel suo “I re pellegrini”, secondo la quale il famigerato idolo adorato dai Templari non sarebbe stato altro che il famoso Mandylion (1) di Edessa (2), venerato, fin dall’Alto Medioevo, in tutto il mondo cristiano, come immagine del volto di Cristo, rimasta impressa su un fazzoletto da collo.
Nel Concilio di Nicea del 787, infatti, il Mandylion era stato “ufficialmente” riconosciuto come “immagine fatta non da mano umana” e come tale era stato inserito, al primo posto, in una lista di icone miracolose “fatte senza l’aiuto di mani mortali”, inviata nell’836 all’imperatore iconoclasta Theophilus dai patriarchi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, in difesa del culto delle immagini sacre.
Non è nota l’origine di questa credenza poiché, secondo la fonte più antica in cui è citato il Mandylion, la “Dottrina di Addai”, un testo siriaco non anteriore alla metà del IV sec., esso sarebbe stato il ritratto di Cristo dipinto da Hannan, segretario e pittore di corte di re Abgar Ukkama di Edessa. Da quanto emerge dal testo siriaco non sembra, peraltro, che il ritratto avesse, all’epoca, una qualche particolare rilevanza religiosa, mentre enorme importanza veniva data allo scambio epistolare tra Abgar e Gesù.
Narra, infatti, l’anonimo autore della “Dottrina di Addai” come re Abgar, gravemente ammalato, avesse inviato il proprio segretario Hannan a Gerusalemme con una lettera diretta a Gesù, la cui fama di guaritore era giunta ad Edessa, invitandolo a corte: “…Ho avuto notizia di Te e delle guarigioni che Tu operi senza alcun tipo di medicamento….Quando io ho saputo tutte queste cose su di Te, ho capito che o sei Dio e vieni dal Cielo…o sei il Figlio di Dio. Per questa ragione, io scrivo per chiederTi di venire in fretta a guarire la mia malattia. Inoltre ho sentito dire che i Giudei si burlano di Te e ti perseguitano. Ora, io governo una città molto piccola, ma è abbastanza per entrambi”.
Hannan raggiunse Gesù tre giorni prima della Pasqua ebraica, nella casa del Gran Sacerdote Gamaliele. Qui dipinse il ritratto e ricevette la risposta per Abgar: “Benedetto tu sia che credi in me senza avermi visto, poiché è stato scritto che quelli che mi hanno visto non mi crederanno e quelli che non mi hanno visto mi crederanno e saranno salvi. Ma non posso accettare il tuo invito, perché devo compiere qui la mia missione e poi dovrò tornare al Padre mio; allora ti manderò uno dei miei discepoli per guarirti dalle tue sofferenze e per salvare te ed i giusti come te”. Infatti, poco dopo l’Ascensione di Gesù, fu invitato ad Edessa l’apostolo Addai (3). Abgar, guarito miracolosamente, abbracciò il Cristianesimo e ne fece la religione ufficiale di Stato.
Della conversione di Edessa al Cristianesimo aveva già parlato Eusebio di Cesarea nella sua “Storia Ecclesiastica”, composta tra il 324 ed il 325, dove riporta i testi delle lettere di Abgar e Gesù “copiati dagli archivi di Edessa che erano allora tenuti dagli stessi re” (4). Eusebio non fa, invece, alcun cenno al ritratto di Gesù né di esso si trova traccia negli Atti apocrifi degli Apostoli, scritti nello stesso periodo della “Storia Ecclesiastica”.
Se, dunque, l’origine della leggenda del Mandylion si può collocare cronologicamente intorno alla metà del IV sec., rimane tuttora ignoto il motivo che la fece nascere. Fatto è che il Mandylion, con il tempo, da ritratto dipinto dal pittore Hannan finì per divenire “opera fatta non da mano umana” ed oggetto di grande venerazione non solo ad Edessa ma in tutto il mondo cristiano.
Della sua enorme importanza è, peraltro, testimone il gran numero di copie che se ne fece; ad esempio, delle tre sette cristiane dominanti ad Edessa (la melchita, la giacobita e la nestoriana), ciascuna ne possedeva un esemplare e ciascuna pretendeva che il proprio fosse l’originale (5).
La grande devozione per il Mandylion non si attenuò neanche quando la città, nel 639, cadde in mano islamica; anzi, con il passare del tempo, finì per godere anche della venerazione della comunità musulmana, tanto che nel 943, quando Edessa fu sul punto di essere conquistata dai Bizantini, le autorità musulmane, in un primo momento, rifiutarono sdegnosamente le pur vantaggiose offerte dell’imperatore di Costantinopoli che, in cambio del Mandylion, si impegnava a ritirare l’assedio, a liberare tutti i prigionieri, a concedere una ingente somma di denaro ed a firmare un patto di non aggressione per il futuro.
Il sultano fu costretto a cedere solo quando l’arrivo di nuovi eserciti bizantini rese impossibile qualsiasi tentativo di resistenza.
Solo l’esemplare melchita fu consegnato agli aggressori; gli altri due rimasero ad Edessa e la popolazione continuò a ritenere che l’originale fosse ancora in suo possesso.
Data, infatti, la perfetta uguaglianza delle tre icone, non vi erano elementi per accertare quale fosse effettivamente quella autentica, tanto che si finì per venerare allo stesso modo tutti gli esemplari. Edessa continuò ad essere meta di pellegrinaggi e ad occupare un posto tutto particolare nel cuore del mondo cristiano, in quanto prima città ad aver adottato il Cristianesimo come religione di Stato (6).
Molto probabilmente, dunque, furono ragioni più religiose che strategiche ad indurre, nel corso della prima crociata, Baldovino di Boulogne ad abbandonare il grosso dell’esercito e a marciare su Edessa che, nel 1097, fu conquistata, divenendo la prima contea cristiana in Terra Santa. E questo fatto, ovviamente, non poteva non apparire ai Crociati carico di valenze simboliche.
Dal 1097 al 1100 (7) Baldovino governò ad Edessa e certamente non doveva ignorare l’esistenza delle due copie del Mandylion di cui una, a detta della popolazione di Edessa, era sicuramente l’originale.
Nulla, al riguardo, dicono le fonti, ma se è vero che Baldovino, secondo la testimonianza dello storico armeno Matteo di Edessa, aveva comprato la corona di Gerusalemme con le “enormi somme estorte” agli abitanti di Edessa, è difficile credere che, al momento di lasciare la città, non avesse “estorto” una reliquia così importante come il Mandylion. Se, dunque, un esemplare fu trafugato e trasportato a Gerusalemme, probabilmente di nascosto (il che spiegherebbe, almeno in parte, il silenzio delle fonti), è logico ipotizzare che Baldovino lo custodisse gelosamente nel proprio palazzo, che un tempo era stato il tempio di Salomone.
In quel palazzo, nel 1118, il suo successore Baldovino II ospitò Ugo di Payns ed i suoi primi otto compagni. Se nel palazzo era effettivamente custodito un esemplare del Mandylion, è difficile pensare che i Templari non ne fossero a conoscenza e non ne facessero oggetto di particolare venerazione. E si può anche comprendere come i Cavalieri del Tempio mantenessero il più stretto riserbo sulla questione, finendo per dare un carattere “iniziatico” al culto tributato all’icona. Con il passare del tempo, il ritratto, di origine storicamente ignota, al di là della leggenda, ma sicuramente molto antico e, dunque, probabilmente così deteriorato da risultarne difficile una puntuale lettura, dovette divenire per la maggior parte dei Templari un oggetto misterioso ed oscuro, cui si attribuiva ogni sorta di poteri e magie, venerato con riverenza mista a timore superstizioso.
Solo una ristretta élite, composta dai Cavalieri più colti ed eminenti, doveva essere a conoscenza della vera natura dell’icona, di cui probabilmente furono fatte diverse copie (quasi certamente non identiche, dato il presumibilmente pessimo stato di conservazione dell’originale) da venerare nelle varie Commende. Si spiegherebbero così le deposizioni contraddittorie rese dai Templari durante gli interrogatori. Per alcuni, infatti, si sarebbe trattato di una testa barbuta, per altri di una testa a tre facce, per altri ancora di un cranio. Tutti gli interrogati, in maggior parte fratelli servitori, mentre solo pochissimi erano Cavalieri (8), concordarono, invece, sul fatto che l’idolo era adorato come Salvatore e Protettore dell’Ordine.
Una prova, certamente non risolutiva ma indubbiamente interessante, che il misterioso Bafometto non fosse in realtà che il volto di Cristo, così come impresso sul Mandylion, si può forse ritrovare nella bella immagine della testa di Cristo raffigurata nella ex chiesa templare di Templecombe, ritenuta da alcuni studiosi copia della Sacra Sindone, la cui storia, peraltro, è ancora controversa.
E se si fosse trattato, invece, di una copia del Mandylion? Se, al momento, non vi sono elementi per confermarlo, non vi sono, d’altro canto, neppure elementi per escluderlo. Si tratta, ovviamente, solo di una ipotesi, che meriterebbe tuttavia ulteriori approfondimenti, sia con una attenta rilettura delle fonti sia con una comparazione con le vicende delle altre icone “fatte non da mano umana” (9), al fine di rintracciare, sia pure frammentariamente, il “percorso” delle tre icone di Edessa.
(1) Il termine Mandylion deriva, molto probabilmente, dall’arabo “mandil”, letteralmente: fazzoletto da collo o da capo. Tale termine, infatti, venne in uso solo dopo la caduta di Edessa in mano musulmana (639). Può essere interessante ricordare che, ad esempio, in dialetto genovese “u mandillu” è appunto il fazzoletto.
(2) Edessa è l’attuale Urfa, nella Turchia meridionale.
(3) Nelle fonti greche, Addai viene identificato con l’apostolo Taddeo.
(4) Le lettere furono dichiarate apocrife da papa Gelasio nel 494. Non sembra, peraltro, credibile la conversione di Edessa durante il regno di Abgar Ukkama, poiché un fatto così importante non avrebbe potuto essere ignorato dagli scrittori cristiani per circa 300 anni. E’ quasi certo, invece, che l’adozione del Cristianesimo, come religione ufficiale, dovette avvenire durante il regno di Abgar il Grande (seconda metà II sec. – inizi III sec.).
(5) L’esemplare più accreditato come autentico era quello in mano melchita, come sembra anche implicitamente riconosciuto dal Concilio di Nicea del 787.
(6) Secondo una leggenda medievale, i tre Magi sarebbero partiti proprio da Edessa.
(7) Nel 1100, alla morte del fratello Goffredo di Buglione, Baldovino divenne re di Gerusalemme.
(8) Dei 138 Templari interrogati a Parigi dopo l’arresto, solo 15 erano Cavalieri.
(9) Un esemplare del Mandylion potrebbe, ad esempio, essere all’origine anche del cosiddetto “Velo della Veronica”, ritenuto tradizionalmente l’immagine del volto di Cristo rimasta impressa su un panno che una pia donna, Veronica, avrebbe offerto a Gesù, in cammino verso il Calvario, per detergersi il volto dal sangue e dal sudore. Veronica, è in realtà, una deformazione medievale di “vera icona”.
BIBLIOGRAFIA
Burman E.: I Templari, Convivio-Nardini ed., Firenze, 1990.
Gilbert A. G.: I re pellegrini, 1996.
Segal J. B.: Edessa, the blessed City, Oxford, 1970.
“Non nobis Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam”
L’Umiltà - Prof. Fabrizio Bartoli
Questa invocazione, tanto cara ai Cavalieri Templari, merita un approfondimento.
La traduzione letterale del motto latino è la seguente :
“Non a noi Signore, non a noi, ma al Tuo Nome dai la gloria”.
Tutta l’Opera del Cavaliere non era quindi per la sua gloria, ma veniva dedicata al Signore e a tutto ciò che rappresenta: la parte divina, spirituale, trascendente ... Questo costume, questa prassi, messa in pratica dai primi Cavalieri Templari, era anche e soprattutto esercizio di umiltà, valore fondamentale per chi si dedica alla propria elevazione spirituale.
Chiediamoci allora che cos’è l’Umiltà ?
L'Umiltà è semplicità, è coscienza della propria debolezza, dei propri limiti, specie se si confrontano le nostre capacità e le mete raggiunte, con la grandezza e la perfezione del Creatore, ovvero la nostra pochezza con le meraviglie della natura, espressione del Signore, verso il quale possiamo e dobbiamo soltanto provare devozione ed amore. L'Umiltà è modestia e riservatezza, nei modi e nel contegno, è soffocazione dell'esibizionismo, dell'ostentazione delle nostre capacità e delle nostre doti, che dovremmo palesare, e mai volutamente, esclusivamente attraverso le nostre azioni, con l'esposizione naturale e pacata del nostro pensiero, lasciando poi esclusivamente al nostro prossimo la valutazione, con accettazione o rifiuto, di ciò che siamo, di ciò che pensiamo, di quanto costituisce la nostra verità.
Per ancor meglio afferrare il significato del termine, si crede pertinente, e ci si augura interessante, l'identificazione degli opposti, o contrari, che potrebbero essere rappresentati dall'orgoglio, dalla superbia, dall'alterigia, dall'altezzosità, dall'ambizione, dall'irriverenza, nonché dall'impudenza.
L'umiltà, è il valore più difficile da attuare. L'aspirante alla via spirituale infatti proviene dalla sfera profana, sociale e da una conoscenza che si riferisce al mondo dei fenomeni. L'insegnamento spirituale-realizzativo invece è rivolto invece alla sfera dell'Essere. L'aspirante può offrire opinioni ma non conoscenza pura: e più è un conoscitore della condizione materiale sensibile, più difficile diventa poterlo distaccare dal mondo della quantità. Occorre una grande umiltà per riconoscere che si e' ignoranti riguardo all'Essere.
Nelle antiche scuole iniziatiche il candidato doveva rimanere per parecchi anni in silenzio, perché tutto quello che avrebbe potuto dire non aveva niente a che fare con l'insegnamento esoterico e iniziatico; inoltre, ciò gli era di grande aiuto per incominciare a dominare la parola, cosa non facile nel mondo individuato.
Ecco alcune citazioni chiarificatrici del significato di Umiltà:
Ø Umiltà è conoscere i limiti propri, degli altri e della stessa natura.
Ø Umiltà è saper rinunciare per una buona causa.
Ø Umiltà è abbattimento delle barriere dell'arroganza umana.
Ø Umiltà è vita serena.
Ø Umiltà è Amore!
Dobbiamo però ammettere che l'Umiltà è il punto dolente, della maggior parte di noi.
E’ necessario quindi reperire in noi la volontà di imporcelo come primo traguardo, lungo il percorso evolutivo da noi prescelto. Si tratta di una prima meta acquisibile, non impossibile, e comunque inevitabile. Spontaneo sorge l'incitamento, rivolto a tutti i carissimi Fratelli Cavalieri, a bandire dal Tempio qualsiasi forma di esibizionismo, ogni ostentazione di certezze, di cui si sanno lastricate le strade degl'inferi, rendendo comune la convinzione che:
" Solo nella semplicità, solo spogliandoci della presunzione, dell'arroganza, dell'innata tendenza a far prevalere le nostre idee su quelle degli altri, soffocando in noi anche i bassi istinti della prevaricazione, solo indossando con naturalezza i panni dell'umiltà riusciremo a provare il piacere del "dare", di ricambiare con l'amore le dimostrazioni d'amore ricevute, attuando il rituale iniziatico del "fare agli altri quello che gradiremmo fosse fatto a noi", solo imponendoci d'essere piccoli, proprio come quanti sono storicamente noti per questa dote che li ha resi grandi (come ad esempio i più famosi artisti), dote che è virtù allo stato puro, potremo sperare d'essere riusciti a lasciare una traccia della nostra esistenza terrena ".
Occorre, assolutamente, essere umili. Anche, forse soprattutto, al di fuori del Tempio, proprio per poter meglio agire nel mondo esterno (profano). Se ne guadagneranno affetto, simpatia, prestigio, forza, serenità, adattabilità alla convivenza col diverso, credibilità. Convinciamoci che così si rimarrà sicuramente stupefatti dai risultati ottenuti, dagli affetti e dalla stima guadagnati, anche nell'intimo ambito delle nostre stesse famiglie.
Ecco un altro splendido messaggio da tener presente:
Sforziamoci di pensare ogni nostra sera se veramente sappiamo ancora cosa sia l'Umiltà.
Se siamo certi di saperlo, non potremo che dormire sonni tranquilli.
Se invece avessimo dei dubbi, rivediamo tutto ciò che abbiamo fatto e pensato fino a quel momento. Consoliamoci sempre, sapendo che cosa sia il dubbio: "Esso è sempre crescita".
"Se vuoi trasformare la società in una comunità di esseri liberi e pacifici, incomincia a trasformare te stesso …
... incomincia con l’Umiltà".
Questi nostri ricordi iniziano nel 1176, in tale anno il sultano Kilij Arslan II° mosse contro Bisanzio.
L’imperatore romano d’oriente, Manuele Paleologo, raccolse un esercito e lo guidò contro il sultano: a Miriocefalo l’esercito bizantino venne annientato.
Miriocefalo 1176 - Manzikert 1071: la divisa cristianità perse il nerbo dei suoi guerrieri, le legioni vennero annientate; quattro generazioni si erano susseguite solo per arrossare di sangue le terre anatoliche; i pronipoti si erano succeduti agli avi solo per dissanguarsi sulle pietraie del vicino oriente.solo la fede nel dio degli eserciti era il sostegno alla speranza delle vedove e degli orfani: poco restava in oriente a baluardo della croce di nostro signore. l’Anatolia venne persa per sempre, con le sue chiese e la storia millenaria I regni Franchi erano rimasti soli a fronteggiare gli eserciti musulmani inneggianti alla guerra santa contro gli infedeli.
Ma Dio sembrò intervenire a difesa degli sparsi bastioni delle fortezze cristiane in Terra Santa: Kilij Arslan II° morì e sorse l’astro del giovane saladino che venne cantato dai musulmani ed anche dai cristiani: esempio di magnanimità e di coraggio, uomo cortese e benevolo, soldato cavalleresco e generoso.
Forse il primo Cavaliere musulmano, cresciuto con gli ideali di lealtà e di onore propri della Cavalleria occidentale, ma fanatico musulmano!
Come sempre gli stati latini erano divisi, gli ordini militari in disaccordo su strategie ed alleanze. Saladino, statista accorto, penetrò in Palestina attraverso la penisola del Sinai, raggiunse la fortezza templare di Gaza ma la superò lasciando un velo di truppe impegnato nell’assedio e proseguì verso Ascalona che cinse in un assedio spietato con il grosso del suo esercito.
Pensava che i templari non si sarebbero impegnati nel portare soccorso ai Franchi, credeva di riuscire a conquistare la piazzaforte prima dell’arrivo della nuova crociata guidata da Luigi VII di Francia, (che invece si sarebbe svolta solo dieci anni dopo) era certo di poter isolare le fortezze degli ordini monastico religiosi:ma si ingannò.
Inferiori nel numero ma non nella fede, provati nel corpo ma non nello spirito, ridotti nel numero ma immensi nei cuori, il 27 novembre 1177, 82 cavalieri templari, praticamente l’intero esercito templare in quei giorni in terra santa, considerando che il resto dei cavalieri erano dispersi nelle decine di fortezze, case e maggioni in terra santa, sfondarono il velo di truppe lasciato dal Saladino intorno a Gaza.al grido di viva Dio santo amore!”, indossata la corona del martirio, il Baucent impugnato da mani esauste ma ancora in grado di alzare le spade, la cavalleria pesante templare raggiunse l’esercito del saladino, lo caricò incurante della differenza del numero; le croci rosso sangue sui candidi mantelli, gli antichi Fratelli impegnarono l’esercito musulmano, lo scompaginarono, annientarono i possenti Cavalieri avversari, volsero in fuga il loro condottiero e donarono agli stati cristiani 114 anni di storia o, forse, di agonia.
Il 28 maggio 1291 cadrà San Giovanni d’Acri, il 14 agosto successivo la fortezza Templare di Chateau Pelerin verrà evacuata... I regni cristiani e gli ordini monastici Militari in terra santa ammaineranno le bandiere per non alzarle mai più ma nella storia delle imprese militari in terra santa Montgisard brillerà come la più fulgida vittoria dell’Ordine templare!
Bruno Salvatori
Templari: ancora una realtà
di Patrizia Bertolotti (articolo pubblicato sulla rivista Graal – marzo, aprile 2003)
Intervista al Gran Priore d’Italia S.E. Stelio Venceslai
Inizia con questo numero una rubrica dedicata allo studio, all’analisi della storia e delle prospettive future, ma soprattutto del presente, di ciò che ancora oggi, dopo quasi mille anni, permane e rimane di un Ordine e uno spirito che si cercò di cancellare con violenza: l’Ordine dei Templari. Per fare questo, ci siamo rivolti all’O.S.M.T.H (Ordo Supremo Militari Templari Hierosolimitani), unico gruppo templare riconosciuto anche dalle Nazioni Unite, come O.N.G. (Organizzazione Non Governativa) internazionale. Abbiamo avuto il piacere di intervistare il Gran Priore d’Italia, professor Stelio Venceslai, che ha gentilmente accolto questo nostro desiderio di capire non solo il passato, ma anche il presente di questa particolare realtà. Perché di realtà si tratta. Durante l’approccio alle tematiche che GRAAL, come rivista, ha cercato e cerca di affrontare, ci siamo resi conto che oltre alla storia dei Templari, di cui c’è ancora molto da dire e molto su cui indagare, esiste un proliferare di tantissime persone singole o unite in gruppi che si autoproclamano templari e questo ha fatto nascere una questione.
Come mai lo spirito (e la suggestione) di appartenenza a quest’Ordine è così forte da essere ancora vivo dopo tanto tempo? E cosa significa essere templare nel 2003? Insieme a Stelio Venceslai faremo luce su questi quesiti.
Patrizia Bertolotti: Professor Venceslai, può spiegare ai nostri lettori cos’è l’ O.S.M .T. H.?
Stelio Venceslai.: “O.S.M.TH. vuoi dire Oroa Supremo Militari Templari Hierosolimitani ed è un’organizzazione internazionale di Gran Priorati Templari, l’unica che ha avuto il riconoscimento da parte dell’O.N.U. Il Gran Priorato dItalia è membro fondatore dell’O.S.M.LH. e opera sulla base dello statuto internazionale e di quello interno. La struttura, tipica del diritto internazionale, permette I ‘amministrazione dei Gran Priorati in assoluta autonomia all’interno delle giurisdizioni nazionali, purché rispondono ai principi generali degli statuti dell’O.S.M.T.H.
P.B.: Cosa significa templarismo ed essere templare oggi?
SV.: “Non amo molto usare il termine templarismo perché come tutti gli’ “-ismi” è piuttosto vago e incerto e raccoglie una serie di definizioni che non chiariscono il concetto. Templare è, soprattutto, un modo d’essere, un modo di comportarsi. Dovrebbe rappresentare l’espressione di una concezione di vita, di una filosofia e credo, per questo, che il termine più giusto da usare sia quello di “templarità”. Esistono tre aspetti fondamentali nella “tempIarità” di oggi. Il primo è quello della ricerca delle nostre radici nel mondo templaree medievale, epurata da tutte le notizie non attendibili che creano soltanto confusione, e della rivalutazione di queste stesse radici. Per cui il templare di oggi dovrebbe tendere a ricercare e a rivalutare la propria identità storica.
Il secondo aspetto dovrebbe essere quello di tradurre questo retaggio storico, spirituale e culturale in termini moderni. Credo che la vera sfida sia questa. Parlare all’uomo di oggi, con le parole di oggi, dei problemi di oggi, secondo ciò che si può ragionevolmente dedurre che fosse la concezione templare. La sfida del templare odierno è, quindi, tradurre il passato in termini concreti, che siano significanti per il mondo in cui viviamo.
Il terzo aspetto è la formazione. Questa è la base sia per la ricerca sia per la traduzione del lavoro di ricerca nella realtà quotidiana. Se tutto ciò non fosse gran parte di quello che noi facciamo, nei nostri riti, nelle nostre cerimonie, non avrebbe molto senso. Il confine tra il rispetto della ritualità, il richiamo alle origini e la rappresentazione scenico è davvero sottile. La discriminante è data dalla serietà degli intenti, dal carisma e dalla qualità delle persone atte a gestire tali propositi. Altrimenti tutto si ridurrebbe a una “mascherata” che può anche essere messa in vendita, ma non è questa la nostra intenzione. Quando noi svolgiamo un Capitolo, una cerimonia, scegliamo un luogo sacro, affinché la forza del sito aumenti la forza autoconsacrante del rituale stess., In questo modo aumenta il carico simbolico, emotivo e ideale, che non può essere sminuito riducendosi a una festa in costume”.
P.B.: Che rapporto c’è tra templarità e Islamismo?
S.V.: “La nostra posizione verso ogni forma di religiosità e, quindi, anche dell’islamismo è di profondo rispetto e tolleranza, e questo non solo perché fa parte di una convenzione stabilita a Chicago nel 1971, nella quale si sono affermati questi principi.
Credo che la perdita di valori di cui ci lamentiamo oggi è dovuta anche a una perdita di religiosità.
Sentire l’attrazione per il divino è importantissimo, come poi questo divino si esprima, secondo quale religione, riguarda il singolo individuo. Essere Is/amici è un modo di essere diversi.
Noi siamo Cristiani, perché siamo europei, occidentali, ma essere cristiani non significa per forza essere cattolici, ci sono molte varietà nel Cristianesimo, così come ce ne sono molte nell’Islamismo, anche se c’è un differente peso politico di queste due grandi religioni.
La stessa cosa si può dire dell’Ebraismo, insomma, ciò che conta è non essere estremisti, poiché nell’estremismo viene meno la libertà della scelta individuale. Certo, personalmente credo che il Vangelo sia un libro rivoluzionario, perché imperniato sull’Amore e il Perdono, e forse neanche i cristiani sanno vivere questo messaggio veramente e fino in fondo, tanto meno lo furono i Crociat., Se l’uomo riuscisse a considerarsi parte di una stessa specie con forme diverse di espressione della propria spiritualità, sarebbe già un grosso passo avanti. Di fronte ai fatti atroci che la storia ci presenta, viene da chiedersi dove è Dio. Dio davvero è dentro di noi, è quella particella divina che molti hanno assopito, alcuni espulso o disconosciuto e che in qualcun altro è ancora viva. La sconfitta delle religioni tradizionali forse è proprio questa, alla ricerca interiore, allo sviluppo del divino che è in noi, si è sostituito un culto delle forme, una sorta di paganesimo cristiano o islamico ecc. che si risolve in procedure rituali e basta. Credo sia fondamentale riappropriarci di quella scintilla divina nel rispetto e nella comprensione di ogni uomo”.
P.B.: Qual’ è il rapporto tra i Templari di oggi e la Chiesa?
SV.: “Con la Chiesa non abbiamo né rapporti contestativi né rapporti di accettazione formale. Noi siamo un Ordine che si ispira a certi ideali storici, cristiani, ma che non è più un Ordine monastico e, quindi, non è più legato alla Chiesa. Raramente abbiamo dei rifiuti, quando chiediamo di affidare riti nelle chiese, generalmente veniamo bene accolti. Comunque sia, molti di noi si chiedono se la Chiesa, nelle sue recenti rivalutazioni del passato, abbia chiesto perdono anche per quello che accadde ai Templari, noi crediamo di no, tanto meno sono i Templari a dover chiedere un qualche perdono. Certo, che se la chiesa dicesse: “Ci siamo sbagliati” e reintegrasse l’Ordine, ci troveremmo in grave imbarazzo, perché non tutti i Templari oggi sono cattolici apostolici romani, e neanche potrebbero riabbracciare i voti monacali o imbracciare le armi per difendere Gerusalemme, sarebbe antistorico e improponibile.
Inoltre, siamo troppo pochi per attirare l’attenzione della Chiesa per l’avvio di un qualunque tipo di rapporto, certo se fossimo 10 milioni di persone sarebbe sicuramente diverso. Noi siamo, come dice un proverbio musulmano, “Una formica nera, nel deserto nero, di notte”, però Dio vede la formica nera, dice il proverbio. E vede che i Templari sono riusciti dal basso a realizzare quel vero ecumenismo cristiano, abbracciando persone di diverse religioni, che la Chiesa non riesce a fare dall’alto. Questo è l’unico elemento di ricchezza spirituale che domani potremmo, semmai dovessimo discuterne, offrire alla Chiesa. Abbiamo dimostrato che si possono unire diverse fedi cristiane sotto la fede templare”.
Templari: ancora una realtà (II parte)
Pubblichiamo, di seguito, la seconda parte dell’intervista al Gran Priore d’Italia dell’O.S.MT.H.
(Ordo Supremus Militaris Templi Hierosolymitani), che avevamo iniziato sul numero scorso.
Patrizia Bertolotti: Come si pone L’O.S.M.T.H. rispetto le altre associazioni templari esistenti?
Stelio Venceslai: «Bastano tre persone, sia in Italia che in Francia o Inghilterra, per costituire un’associazione templare. Detto questo, si comprende che esistono vari tipi di associazioni:
alcune sono costituite da persone in buona fede, attratte dallo spirito templare, altre sono costituite da amanti dei vestiti e delle forme rituali, ossia delle mascherate di cui abbiamo parlato, altre sono formate da individui espulsi dal nostro ordine per condotta immorale, spergiuro e fatti simili, per cui assolutamente non potremmo mai pensare di poterli riavvicinare, e altre ancora che nascono con intenti truffaldini.
Se vi offrono il titolo di commendatore o un’altra investitura per 2.500 euro, sappiate che state avendo a che fare con qualcuno che appartiene a quest’ultima categoria. Per fortuna esistono, però, anche associazioni fatte da persone perbene con un’illustre storia, con le quali abbiamo cercato di intraprendere un discorso di unificazione. Gli unici problemi che sorgono sono, purtroppo, quelli legati alla determinazione della leadership. C’è stato un tentativo di avvicinamento con la lnternational Federative Alliance, che è un ‘associazione che raccoglie un certo numero di Templari in varie parti del mondo, arenatosi per problemi di sistemi di votazioni, gerarchia etc. Da quando ci fu la dissoluzione dell’Ordine, iniziò una diaspora che continua ancora oggi, ed è questo uno dei danni e delle conseguenze più evidenti del 1318. Pur essendo difficile, ci auguriamo, comunque, di poter intraprendere un dialogo costruttivo e un confronto civile, per il bene stesso della templarità e per avviare un processo di unificazione, ovviamente non con i truffatori, con gli ambigui o con gli espulsi».
P.B.: Quali sono i progetti imminenti? S.V.: «I progetti sono tanti. Innanzitutto, inizierà un Programma di Solidarietà, che prevede lo stanziamento di fondi per il problema dell’infanzia nel mondo. Questo a livello nazionale, mentre, a livello locale, le varie Commende già si occupano del servizio nella loro realtà secondo le varie necessità. Un altro programma che stiamo attuando è quello dell’Accademia Templare. Essa inizierà il suo anno accademico con una serie di corsi, che si svolgeranno con conferenze e dibattiti, e avrà la caratteristica di essere itinerante, nel senso che si sposterà da una Commenda all’altra, secondo un calendario di appuntamenti redatto in accordo con le diverse Commende. Un ulteriore progetto è quello di creare un corso di formazione per i Commendatori. Si svolgerà in due giorni e sarà una specie di brain trust ossia l’incontro di più menti atte a confrontarsi, scambiarsi idee e soprattutto formarsi tra di loro, per dare vita a un’unità in terna e, quindi, a un’identità più definita. Inoltre, essere riconosciuti dalle Nazioni Unite è un onore, ma impone anche degli obblighi. Per cui credo che si debba arrivare, pur considerando l’autonomia interna, a un programma comune dei diversi Gran Priorati per la stesura dei progetti di formazione, di solidarietà e culturali. Qui ho incontrato molte difficoltà pratiche, perché persone che sono abituate a fare per conto loro ogni volta che dovranno rinunciare a parte della loro sovranità come accade anche nella Comunità europea, mostreranno delle resistenze. Insomma, bisognerà abituarsi a questo approccio diverso. C’è anche il progetto di Fra Bevignate a Perugia, di cui avete parlato su HERA (cfr. n0 31, pagg. 40-4 1), che è in attesa di nuovi sviluppi. Abbiamo, come vede, molto da fare».
P.B.: Cosa può dirci riguardo alla notizia secondo cui un gruppo di Templari avrebbe avuto il consenso, da parte delle autorità, a scavare sotto la Cappella di Rosslyn, in Scozia, alla ricerca del famoso Tesoro TempIare?
S.V.: «Sicuramente non si tratta di Templari dell’O.S.M.T.H., in quanto ne avrei avuto notizia certa. Pertanto, non posso dire nulla, se non che la ricerca di un tesoro templare è varia e multiforme: andiamo dall’isola danese di Bornholm, nel Mar Baltico alle miniere della Bolivia, da Rennes-Le-Chateau all’albero di Gisors. Credo che il vero tesoro dei Templari non sia nè
l’Arca dell’Alleanza nè la geometria delle cattedrali gotiche, bensi il fatto che, ancora oggi, se ne continui a parlare. Ogni volta che discuto dei Templari registro un notevole interesse, positivo o negativo, ma sicuramente mai indifferenza. Questo è il vero tesoro e il vero retaggio dei Templari: il loro potere di scuotere ancora una volta le coscienze!».
Fine seconda parte
Comunicazioni
Nella struttura deli’O.S.M.T.H. sono previsti l’Assemblea dei Cavalieri, che si riunisce ogni quattro anni, il Consiglio dei Gran Priori, che si riunisce almeno una volta l’anno ed è l’organo legislativo dell’Ordine e il Magistero, che si riunisce due volte l’anno, in primavera e in autunno, ed e il Governo dell’Ordine. La prossima riunione del Magistero si terrà nell’ultima settimana di aprile a Turku, in Finlandia, dove il Gran Priorato d’Italia sarà presente con il suo Gran Priore Stelio Venceslai, il Cancelliere dell’Ordine, P. N. Corallini Garanpi e altri Cavalieri. Per informazioni, vedi sito internet: www.osmth.org.
Il significato spirituale del sigillo templare

di Francesco Brunelli (Maniscalco della Commenda di Osimo)
Sino alla metà del XII Secolo, la bolla in piombo usata come Sigillo dal Maestro, congiuntamente al Capitolo dell’Ordine residente in Terra Santa, portava incisa da una parte la Cupola della Roccia o Templum Domini e, dall’altra, due Cavalieri in armi su un solo cavallo.
Circa la Cupola della Roccia, fu nel 1120 che Re Baldovino II di Gerusalemme donò la Moschea di Al-Aqsa all’Ordine del Tempio. Essa divenne la vera e propria residenza dell’Ordine in Terra Santa.
Con l’espansione dei possedimenti templari in Europa ed il sempre maggiore impegno dell’Ordine nelle guerre in Palestina, fu sempre più difficile al Maestro un controllo accurato e diretto di tutti gli aspetti della vita templare. Così, Bertrand de Blanquefort, che tenne il supremo magistero dell’Ordine dal 1156 al 1169, delegò i suoi poteri ai c.d. Visitatori Cismarini, delegati a trattare in sua vece gli affari inerenti alla vita delle case templari in giro per l’Europa.
A tali Visitatori cismarini fu concesso di usare il sigillo in cera con i due Cavalieri. Tale tipo di marchio inizia ad essere allora definito dalle fonti documentali come Sigillum consuetum.
Le prevalenti interpretazioni sul significato di tale Sigillo - un cavallo cavalcato da due Cavalieri – sono orientate in due direzioni:
- la povertà iniziale dei Cavalieri, che erano costretti ad andare in due su un solo cavallo: tale interpretazione appare poco convincente, anche tenuto conto della stessa storia dell’Ordine, che divenne in breve tempo molto potente;
- il dualismo universale delle cose, cui si rifà il loro ideale: la convivenza pacifica in Terra Santa della cultura Cristiana e di quella Islamica. Ma tale interpretazione appare egualmente poco incisiva, anche in virtù del ruolo dei Cavalieri – così come previsto dalla Regola dell’Ordine – per la difesa del Santo Sepolcro.
Per giungere a comprendere il significato più profondo del Sigillo Templare, è necessario tener conto della stessa natura dell’Ordine del Tempio.
Originariamente denominato Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo, era un Ordine contemporaneamente monastico e guerriero, che univa ai tre tradizionali voti – propri dei monaci del tempo - ossia obbedienza, castità e povertà, anche un quarto, lo "stare in armi" e, quindi, il combattimento armato.
Erano, quindi, dei veri e propri monaci guerrieri.
In essi, dunque, si univano momenti spirituali che potremmo definire passivi, femminili, come l’obbedienza, ad altri attivi, maschili, come lo stare in armi.
Nella nostra esperienza quotidiana d’uomini razionali del ventunesimo secolo, ci troviamo ad essere quasi completamente immedesimati, meccanicamente, in ogni situazione della nostra esistenza. Siamo normalmente in grado di esercitare solo un limitato potere sulla nostra attenzione. La quale attenzione, però, per ridurre quanto più possibile la quantità d’energia che impiega, tende anch’essa a meccanizzarsi, per questo diventa necessario uno sforzo non indifferente per impedire che l’attenzione si distragga, diventando immaginazione.
Parlando di sforzo, se da un lato lo sforzo esteriore o materiale è sopportabile (come la fatica fisica o uno sfogo di nervi) o addirittura gradito (come l’attività sportiva), lo sforzo interno o spirituale – non essendo necessario alla sopravvivenza del nostro corpo – tende ad essere risparmiato al massimo.
Quando compiamo uno sforzo fisico, impartiamo al nostro corpo un ordine, la cui esecuzione richiede una fatica fisica. In molti casi il nostro corpo ubbidisce; in alcuni casi no.
La verità è che in noi vi sono due forze ben distinte, quella che dà l’ordine e quella che lo esegue. E due forze ben distinte sono anche necessarie per eseguire gli sforzi interni, spirituali, di cui stiamo parlando. Ecco la domanda che dobbiamo farci: nel mio interiore, esistono praticamente queste due polarità? Nel mio spirito – indipendentemente dal mio corpo – c’è dunque una forza che comanda ed un’altra che ubbidisce?
Le tradizioni spiritualiste sin dalla più remota antichità hanno sempre posto in evidenza la necessità di tale dualità: l’ermetismo ha espresso tale simbologia binaria attraverso il Re e la Regina, il Sole e la Luna, il serpente maschio ed il serpente femmina. Nella simbologia templare tale dualismo è espresso dai due Cavalieri sullo stesso cavallo.
Tutti credono di avere un “Io” che comanda ed un “corpo” che obbedisce, ma non è proprio così. Il nostro “Io” (o la nostra volontà, per capirci) si trova immedesimata nella nostra Psiche e tutta la nostra Psiche si trova immedesimata nel nostro corpo materiale. Chi comanda e chi obbedisce sono due “Io” che fanno parte della medesima Psiche; ma stabilire una prevalenza dell’uno rispetto all’altro appare veramente difficile. Nell’uomo comune, sicuramente i due che sono in lui seguono la legge naturale del minimo sforzo: cercano di non contrastarsi mai più di tanto per non spendere troppa energia ed esporsi ad impegnativi sforzi spirituali.
La tradizione spiritualista insegna che l’interiore di ciascuno di noi è composto di una parte maschile e di una parte femminile, né più né meno del nostro esteriore, del nostro corpo fisico, composto di materia organica le cui cellule sono tutte, a loro volta, composte di una metà maschile e dall’altra metà femminile. La tradizione raccomanda di operare in noi la separazione del maschile dal femminile, dell’attivo dal passivo, di chi comanda da chi obbedisce.
Tale trasformazione può essere effettuata solo operando su sé stessi. E come si può effettuare tale operazione? Solo mediante uno che comanda ed uno che obbedisce. Da che esiste il mondo, questo è l’unico mezzo con cui si riuscì a costruire e fabbricare, a trasformare la realtà, a non perdersi in vane disquisizioni. Così, come soltanto da un uomo e da una donna può nascere un figlio, così soltanto separando chi comanda da chi obbedisce dentro di noi possiamo trasformarci verso livelli superiori di coscienza, di purezza, giungendo ad uno stato superiore di Grazia.
Della necessità di operare una netta separazione tra chi ordina e chi obbedisce erano ben consapevoli gli antichi Ordini monastici, con l’istituto della Santa Obbedienza. Esso consisteva nel pretendere dal novizio un’obbedienza tale che la sua osservanza corrispondeva ad una vera e propria operazione chirurgica spirituale, volta a tagliare, a dividere in due la personalità del monaco ad essa sottoposta. Ogni volta che un Frate (un Padre, un Sacerdote) rivolgeva la parola ad un novizio, questi doveva per prima cosa inginocchiarsi, anche sotto le intemperie o nel fango, ad attendere pazientemente le parole che il superiore gli rivolgeva. Se il novizio riusciva a mantenersi umile, obbediente e consenziente per tre anni di seguito, poteva dire di essere riuscito vittorioso da uno dei più duri combattimenti della sua vita.
Sia chiaro che l’esempio di comando ed obbedienza tra il Padre e il novizio è solo ed esclusivamente riguardante il novizio, il quale riesce attraverso un notevole sforzo a comandare a sé stesso (a quella parte, maschile, che vorrebbe rifiutarsi di obbedire così passivamente) di inginocchiarsi e comportarsi umilmente in obbedienza. Per far ciò, nell’arco di tre lunghi anni, è necessario che il novizio riesca a scindere in sé chi comanda e chi obbedisce, altrimenti non avrebbe potuto resistere per così tanto tempo.
Chi comanda agli altri può essere benissimo un uomo comune (se non di poco conto), ma chi riesce a comandare dispoticamente a sé stesso è un uomo eccezionale, che può essere diventato tale solo dopo aver operato su sé stesso un’opera di divisione spirituale.
Non possiamo non riportare a questo punto un passo della celebre Tavola di Smeraldo: “Separerai Fuoco da Fuoco, il sottile dallo spesso, piano piano, industriandoti con molto ingegno”.
Va notato che la separazione dello Spirito (il sottile) dal Corpo (il denso) avviene in una fase successiva, più avanzata, rispetto alla separazione del Fuoco dal Fuoco, ossia il mio Spirito dal mio Spirito, o, meglio, quella parte del mio Spirito che vuole deve essere separata da quell’altra parte del mio Spirito che è quella che obbedisce, in modo che la separazione sia ben netta, in modo che essi siano due.
Ma come si ottiene questa separazione?
Dovremo fare in modo che l’immedesimazione in quasi tutto ciò che facciamo o pensiamo prenda ad attenuarsi, per poi cessare del tutto.
Immedesimazione significa letteralmente fare una cosa sola di due cose distinte. Ebbene, dobbiamo iniziare ad invertire tale processo, passando dalla sintesi all’analisi: anziché fare una cosa sola da due cose distinte, dobbiamo trarne due da quella cosa sola che è la nostra abituale immedesimazione.
Per sviluppare tale processo dovremo servirci di una serie di Vie od Armi, delle quali una delle più importanti è data dalla Consapevolezza.
Per comprendere cosa sia la consapevolezza di sé, è necessario partire dall’Attenzione, la quale può essere soggettiva (quando è diretta verso lo stesso soggetto) e oggettiva (quando invece è rivolta verso l’oggetto dell’attenzione medesima).
Ad esempio, se penso ad un albero, la mia attenzione può essere rivolta su me stesso che sto pensando oppure sulla cosa che penso (l’albero). Ma sarà ben difficile portare l’attenzione contemporaneamente sulle due cose, a causa della cattiva abitudine acquisita di star attenti solo ad una cosa per volta.
La consapevolezza di sé che qui si propone, come la principale arma per ottenere la separazione in due della propria compagine spirituale, si sostanzia come un’Attenzione che visualizzi sia me, che penso ed opero, sia la cosa pensata e ciò che faccio, ma contemporaneamente.
La difficoltà di conseguire questo tipo di consapevolezza è data dall’abitudine che abbiamo fin da piccoli di immedesimarci continuamente; da ciò consegue che possiamo porre la nostra attenzione su una sola cosa per volta, quella in cui ci immedesimiamo.
Per ottenere quella forma di risveglio interiore che abbiamo chiamato consapevolezza di sé si propone come necessario il ricorso a tre tecniche, nessuna esclusa, le quali sono: Convinzione ed Atteggiamento; Memoria e Ricordo di sé; Maturazione interiore = Volontà = Comando.
Deve essere un nostro preciso atteggiamento mentale il non imitare l’animale che, nato in gabbia, si rassegna a vivere e morire in cattività, senza aneliti di libertà. Dobbiamo renderci conto che la nostra congenita abitudine all’immedesimazione ci impone una consapevolezza molto limitata e condizionata, ma che è però possibile crearne un’altra, libera, e che alla conquista di tale nuova libertà dobbiamo aspirare profondamente.
Renderci conto di quanto scarsa sia la coscienza di sé stessi, è possibile sia guardando ai fatti della nostra vita sia, soprattutto, vedendo e studiando il comportamento degli altri: come essi siano assenti a loro stessi quando si fanno trascinare dalle loro idee, dalle loro passioni del momento, dalle loro forme di conformismo sociale. Il “conoscere sé stessi osservandosi negli altri come in uno specchio” è una pratica analogica doppiamente efficace, sia perché ci aiuta a conoscerci, sia perché ci abitua ad adoperare l’analogia.
Anche se non fossimo del tutto convinti – dentro di noi – di essere dei semi-addormentati anche quando ci crediamo svegli, il nostro sforzo in questa prima fase dovrà essere quello di fingerci convinti, in altre parole di atteggiarci, internamente ed esternamente, come se lo fossimo, comportandoci di conseguenza. Dobbiamo sforzarci di essere colui che – convinto di essere una macchina – si ribella a tale stato di cose e vuole smettere di esserlo.
Tale sforzo creerà in noi automaticamente uno speciale comportamento, un diverso modo di vedere le cose che provocherà un sottile ma significativo cambiamento in noi. Tale cambiamento – effetto automatico del nostro atteggiamento – cancellerà i dubbi circa la nostra meccanicità e farà sì che in noi permanga vivo lo scopo della nostra azione. Questo primo sforzo è d’importanza fondamentale.
Uno dei modi più efficaci per rinforzare il ricordo di sé è quello di osservare attentamente il proprio prossimo, in modo tale da potersi rendere conto di come gli altri non siano affatto consapevoli di sé stessi e di come s’immedesimino in ciò che fanno, agendo meccanicamente ed automaticamente. Queste nostre constatazioni sugli altri fanno sì che tali particolarità restino impresse visivamente nella nostra memoria.
Ma l’osservazione degli altri non deve esimerci dall’osservare noi stessi e dal cercare di studiarci.
Il miglior momento per studiare sé stessi è quando abbiamo finito di pensare o di compiere una determinata azione: dovremo cercare di analizzare la sensazione provata nella nostra immedesimazione e poi provare ad immaginare quale invece avremmo provato se ci fossimo ricordati di noi, se fossimo stati davvero coscienti, consapevoli.
Un’altra esercitazione consiste nell’essere capaci di ricordarci d’essere consapevoli quando ci troviamo immersi ed immedesimati in una situazione di grande tensione emotiva. Se nella rabbia, nell’ira, del dolore o nella gioia, riusciremo a ricordarci che siamo noi (e non altri) ad essere presenti lì, in quel momento, allora nel nostro profondo sarà nato qualcosa di davvero importante e – quando tutto sarà finito – sentiremo che abbiamo acquisito una grande facilità di ricordare noi stessi e di renderci conto che non siamo e non vogliamo essere una macchina.
Continuando così a ricordarci di noi più volte il giorno, aumentando tale frequenza, il ricordo di sé si trasformerà in ritmo. Perseverando, prenderà sempre più forza, superando le barriere della dimenticanza abituale. L’imperativo “devo trasformarmi, devo diventare consapevole per forza” è uno straordinario agente per la trasformazione, e se gli sforzi saranno ostinati e continui, i risultati non mancheranno.
Ricordiamo che l’identificazione è il contrario della consapevolezza e, quindi, va combattuta – con un lungo e perseverante sforzo – per liberarsi da essa. Inoltre, non dimentichiamo che il ricordo di sé stessi è una cosa necessaria ed indispensabile, perché con esso si arriva a tutto.
La consapevolezza, dunque, non deve considerarsi fine a sé stessa; essa non è altro che un mezzo per ottenere una netta divisione in due della nostra parte spirituale.
Quando siamo consapevoli, percepiamo – anche se sottilmente e solo quando si fa attenzione – quel qualcosa d’estraneo che ci spinge ad agire in quel dato modo. Accorgersi di ciò rappresenta un’arma potente per giungere alla nostra separazione interiore. Dobbiamo arrivare non solo a ricordarci che sono io quello che agisce, a visualizzare che sono io a compiere una determinata azione, ma devo essere anche e sempre io che – sempre distaccato dal resto – voglio fare, che scelgo di fare quella data cosa.
Così, alla divisione in due che si sta compiendo si aggiunge anche la volontà ed il comando. Si abitua in tal modo uno dei due divisi ad assumere ed esercitare la parte del comando. Non si deve dimenticare che la separazione ha il fine di creare in noi uno che comanda e uno che obbedisce, e non solamente due entità distinte nettamente fra loro.
A tal fine ognuno di noi deve affinare la propria volontà nella consapevolezza, e ciò potremo ottenerlo solo cercando di rendere sempre minore la nostra meccanicità e le nostra automaticità, non limitandoci a vederle ed a constatarle, ma a comandarle, fino ad essere in grado anche di eliminarle.
Un ottimo esercizio in questo senso è dato dall’osservazione dei propri pensieri, nel senso di rendersi conto prima che davanti ai nostri occhi si stanno svolgendo dei pensieri che noi percepiamo e vediamo, rendendoci conto del loro significato, e poi che non sono loro, i pensieri, a venirci autonomamente davanti agli occhi, ma che vengono solamente quelli che noi vogliamo e non altri.
La consapevolezza, insomma, è solo uno strumento, un’arma indispensabile ma non sufficiente per attaccare e riuscire a dividere in due il dragone del nostro interiore.
L’abitudine non è che una forma di memoria (che implica un elemento meccanico di ripetizione), una seconda Natura di cui ci potremo servire come strumento ed arma per riuscire a vincere certi ostacoli che la Natura stessa ci pone davanti come insormontabili.
Se vogliamo sperare in un qualsiasi risultato, anche minimo, nel campo spirituale, lo potremo ottenere solo in quanto riusciremo ad essere in uno stato di calma. Infatti, lo sforzo è un’attività diretta a vincere un ostacolo (o una resistenza qualsiasi); perciò esso è sempre necessità, in quanto, essendo la resistenza parte integrante dello sforzo, se si togliesse la resistenza, diverrebbe libertà, ma cesserebbe d’essere sforzo.
L’Abitudine è appunto quella facoltà – da noi raggiungibile – di togliere la resistenza allo sforzo.
Quindi, perché lo sforzo possa essere vissuto come libertà, non deve avere una resistenza che gli si oppone. In altre parole, non deve essere più sforzo (perché uno sforzo senza nulla su cui esercitarsi cessa d’essere sforzo) e, quindi, abbiamo l’Abitudine, definibile come uno sforzo cui manca la resistenza che gli si oppone e che lo rende tale.
Molti degli esercizi spirituali che proporremo in seguito, dovranno essere eseguiti spiritualmente, come se il corpo materiale fosse assente, senza sentire la sua presenza. Allo stesso tempo questi esercizi (perché contro la nostra natura) richiedono sforzo, sforzo ed ancora sforzo. La difficoltà in ciò è che più ci sforziamo, più richiamiamo il corpo materiale, e meno ha possibilità di riuscita l’esercizio spirituale.
L’Abitudine, invece, è la sola che permette di ottenere gli stessi risultati dello sforzo, ma senza appoggiarsi al corpo materiale.
Bisogna, in altre parole, che noi ci sforziamo al massimo, ma questi nostri sforzi devono essere finalizzati allo scopo di farci acquisire delle abitudini che ci permettano di eseguire gli esercizi spirituali che dobbiamo fare senza sforzo.
L’Abitudine, oltre ad essere una nostra inclinazione naturale, rappresenta anche una nostra necessità, perché la vita quotidiana di tutti noi è fondata sull’abitudine. Se, quindi, c'è una cosa naturale, questa è proprio l’Abitudine, ma il saper adoperare le sue stesse leggi per poter andare contro natura è ciò che costituisce l’Arte ed anche il Segreto.
Mentre le abitudini passive (quelle che concernono le sensazioni) producono una diminuzione di coscienza, le abitudini attive (che riguardano invece le operazioni spirituali) producono la loro facilità e perfezione e costituiscono, perciò, uno strumento di liberazione dello spirito dai meccanismi che tendono a formarsi mediante la ripetizione dei suoi sforzi.
Quindi i nostri sforzi vanno fatti per abituarci a ciò a cui non siamo abituati e, cioè, ad essere coscienti (mentre di solito non lo siamo), a ricordarci di noi stessi (cosa che non facciamo mai), a vedere i nostri pensieri obiettivamente; in tal modo adopereremo la stessa natura e le sue leggi per vincere i difetti della nostra stessa natura, secondo il detto ermetico “Natura vince e domina Natura”.
La consapevolezza, dunque, non rappresenta altro che un inizio del percorso; essa è indispensabile, ma non porta certo da sola ad ottenere quella divisione in due di cui abbiamo parlato. Solo in seguito potremo vedere altre operazioni, come la visualizzazione, il rilassamento, la concentrazione, che, per poter riuscire, devono essere manipolate, oltre che con la forza di volontà, con la perseveranza e con la forza dell’abitudine, così che, con questo mezzo materiale e faticoso, si giunga ad eliminare lo sforzo.
Il nostro cammino può essere chiamato la Via della Trasformazione, ma possiamo anche considerarlo la Via dell’Abitudine, perché solo adoperando l’Abitudine potremo eliminare lo sforzo. Se non saremo capaci di eliminare lo sforzo, possiamo dare l’addio alla speranza di avanzare verso il Silenzio interiore, la Luce dello Spirito, lo stato di Grazia degli antichi Cavalieri dell’Ordine.
Per concludere, se il limite inferiore della Natura è la necessità, quello superiore è la spontaneità e la libertà: l’Abitudine permette di salire dall’inferiore al superiore fino a raggiungere livelli superiori di consapevolezza e di grazia.
Francesco Brunelli
FRATELLANZA E SPIRITUALITA’ DELLA PREGHIERA TEMPLARE
di Francesco Brunelli (Maniscalco della Commenda di Osimo)
Il Salmo 133 è noto come il preferito dall’Ordine del Tempio. Noto anche come il Salmo della Vita Fraterna, aveva uno spazio assolutamente preferenziale all’interno della preghiera del Cavaliere Templare, sia nei numerosi momenti di preghiera che, secondo la Regola scritta da S. Bernardo di Chiaravalle, scandivano ordinariamente i ritmi della giornata, sia – e particolarmente – prima della battaglia.
Ecce quam bonum et quam jucundum abitare fratres in unum sicut unguentum in capite, quod descendit in barbam, in barba Aaron, quod descendit in oram vestimenti ejus, sicut ros Hermon, quid descendit ab monte Sion. Quoniam illic mandavit Dominus benedictionem usque in saeculum.
Breve ed intenso, il Salmo 133 recita: “Come è bello e gioioso abitare, vivere da Fratelli la stessa casa”.
Quale il significato di questo primo verso della preghiera ?
Per capire fino in fondo il significato di questa preghiera, dobbiamo dentro di noi, creare dapprima il vero Silenzio interiore, neutralizzando le interferenze che ci derivano dalla frenesia della vita materiale. Trovata la pace interiore, dobbiamo far risuonare in noi tale preghiera attraverso il nostro respiro ed il nostro battito cardiaco, sentirla che avvolge tutto il nostro essere, sentirla risuonare nella nostra mente e nelle nostre membra, con gioia. Allora, a poco a poco, saremo in grado di aprirci all’ascolto dei significati sempre più profondi di questa straordinaria preghiera, che apre il nostro piccolo mondo materiale alla comprensione delle divine regole del Cosmo.
“Come è bello e gioioso abitare da fratelli la stessa casa” esprime – sul piano materiale – la gioia della vita fraterna di un ordine monastico militare, nel quale erano comuni il piatto dove si mangia, il mantello o la corazza – ricordiamo infatti che il Cavaliere non era proprietario di nulla, nemmeno delle sue vesti – e in cui, quindi, non crescevano sentimenti di divisione, di invidia o di ricerca di privilegi, in quanto accettare la Regola significava annullare ogni proprietà materiale, a vantaggio della vita comune.
“Come è bello e gioioso abitare da fratelli la stessa casa” esprime anche – sul piano psichico, dell’anima, la condivisione di valori di amore fraterno che superavano gli stessi confini della cristianità: dove la casa è il mondo, dove Fratelli sono non solo i Cristiani, ma tutti coloro che pregano un Dio dell’Amore: non a caso i Templari incoronarono Federico II di Svevia “Rex Mundi” per la visione di una Fratellanza Universale aperta al dialogo interreligioso con l’Islam; visione di cui l’Ordine del Tempio aveva via via acquisito sempre maggiore consapevolezza, sia attraverso la possente spinta trasmutatoria della Preghiera, sia attraverso processi di apprendimento dei grandi cicli astronomici dell’Universo, che pongono l’Ordine del Tempio su un Piano di consapevolezza che trascende addirittura l’Era Cristiana dei Pesci, per giungere ad una conoscenza universale ed universalista, che copre un arco temporale di almeno dodicimila anni, secondo insegnamenti molto antichi, ben noti a S. Bernardo di Chiaravalle, autore della Regola Templare di 72 articoli.
“Come è bello e gioioso abitare da fratelli la stessa casa” esprime infine – sul piano spirituale – quell’operazione di chirurgia spirituale che, in un Ordine come quello Templare in cui, per la prima volta si affianca al tradizionale voto monastico tripartito di obbedienza, castità e carità, tipicamente lunare, passivo, femminile, il voto dello “stare in armi”, tipicamente solare, attivo e maschile, impone di operare dentro di sé, dentro la propria compagine spirituale, la separazione di chi comanda da chi obbedisce.
Tale operazione di chirurgia spirituale è ben simboleggiata dal Sigillum consuetum dell’Ordine, che raffigura un cavallo sormontato da due Cavalieri. Dentro ciascuno di noi, dunque, è necessario separare un Io che comanda da un Io che obbedisce, il maschile dal femminile, affinché sia generato un Io nuovo, un Uomo risorto a nuova Luce divina, un Uomo Casa di Dio sulla Terra, in grado di comandare a sé stesso e quindi di trasformarsi, riprodursi in un Essere spirituale.
Ecco come dal proprio ascolto interiore, dall’Ascolto della Parola di Dio, ognuno di noi può maturare una consapevolezza superiore, attraverso la Preghiera, massima espressione di libertà dell’Uomo, che attraverso la Preghiera acquisisce quella conoscenza intuitiva che, a differenza dell’apprendimento razionale, diventa partecipazione diretta al Principio della Vita.
Il Vangelo di S. Giovanni inizia così: “In principio era la Parola; e la Parola era presso Dio; anzi, la Parola era Dio”. Anche secondo i cabalisti ebraici la Creazione è innanzitutto creazione del Linguaggio: Dio crea la Parola, le ventidue lettere dell’Alfabeto ebraico, archetipi, simboli dell’intero Universo: dalla combinazione delle lettere deriva tutto il Cosmo. Così l’Uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, attraverso la Parola crea la realtà ad immagine di Dio sulla Terra: la Preghiera è dunque lo strumento trasmutatorio attraverso il quale l’Uomo si fa Casa di Dio sulla Terra, si fa Tempio, e si avvicina alla comprensione del Principio stesso della Vita. La preghiera come squarcio di Luce nella vita materiale e terrena di tutti i giorni, che ci illumina di una Luce superiore, e ci fa capire – in ogni momento della giornata: dalla recita del Mattutino al Vespro, ma soprattutto prima della battaglia – a non avere paura della morte.
Infine, un passo del Vangelo di Tommaso: “Un giorno Gesù ci spiegò i segreti delle stelle. Era un mattino di primavera: dall’alto di un colle vedevamo nella pianura lontana sorgere il sole, là dove, all’orizzonte, ancora brillava una luminosa costellazione. “Passano le costellazioni” – disse Gesù – “dopo l’Ariete , i Pesci. E poi verrà l’Acquario. Allora l’Uomo capirà che i morti sono vivi e che la morte non esiste”.
Francesco Brunelli
di Andrea Fuser Cavaliere della Commenda di Osimo
Nobili Dame, Nobili Fratelli
Vorrei soffermare la vostra attenzione su un argomento molto importante per noi tutti: l’educazione di un cavaliere secondo la Tradizione Templare.
Ancora oggi il significato principale della parola mantiene gli elementi presi dalla tradizione: con educazione si indica cioè un processo di formazione dell’individuo in cui vengono passati da una generazione più anziana ad una più giovane non solo saperi tecnici, ma più in generale regole di comportamento e principi morali che mirano a far crescere bene i giovani, costituendo i presupposti per il loro buon inserimento nella società.
Con educazione ci riferiamo dunque non solo alla crescita intellettuale di un individuo, ma anche alla sua capacità di adeguarsi a determinate regole e modelli sanzionati socialmente. Per questo definiamo beneducato chi sa comportarsi a modo; mentre è maleducato o addirittura ineducato chi non conosce le buone maniere e agisce di conseguenza.
Tradizione è un termine colto, che riprende l’accusativo traditionem del sostantivo latino traditio, derivato dal verbo tradere. Questo verbo significava dare, passare qualcosa a qualcuno, consegnare, affidare e anche trasmettere o tramandare; il significato originario di traditio era consegna, trasmissione di qualcosa a qualcuno. Ma tradere aveva assunto, fra l’altro, il senso traslato di tramandare, trasmettere un patrimonio di ricordi e memorie di qualcosa che si riteneva importante da una generazione all’altra, da un’epoca all’altra: e traditio venne a indicare tale trasmissione nel tempo.
In effetti, noi siamo qui oggi Cavalieri Templari perché custodi ed eredi di una educazione e di una tradizione che dura da 886 anni.
Siamo qui in quanto animati da uno spirito e da valori rimasti immutati ed inalterati nei secoli: Fede, in Dio e nella Cavalleria, Forza, Coraggio. Siamo altresì portatori di quegli antichi principi templari, rielaborati in chiave moderna come i Quattro Voti (povertà, obbedienza, castità e prontezza di armi) ma visti in un’ottica moderna ed adattati ad una vita laica e non più monacale.
Il Cavaliere, però non può, senza una guida, raggiungere quell’abilità, tecnica e sapienziale, quella raffinatezza di modi, e la conoscenza dei propri doveri, che sono ormai le doti indispensabili per far parte della Cavalleria. Occorre una preparazione ben più lunga e complessa di quando il cavaliere era solo un soldato. L’educazione risulta essere quindi lo strumento fondamentale per plasmare un Cavaliere.
Anticamente, il futuro cavaliere doveva apprendere, nel periodo di tirocinio che precede l’investitura, l’arte e l’abilità tecnica di usare le armi, insieme a nuove e più raffinate abitudini. Nel castello del padre, a sette anni, egli già si esercita a cavalcare, a tirare di scherma, a maneggiare le diverse armi; ma per arricchire la sua preparazione in genere veniva inviato, verso i quattordici anni, come scudiero o armigero, presso un altro castello o addirittura (secondo il grado della sua famiglia nella gerarchia feudale) presso il sovrano.
Qui le sue mansioni erano svariate: da una parte non doveva disdegnare i servizi più umili come il servire a tavola in occasione di banchetti, portare le armi del signore e accudire al suo cavallo; dall’altro nell’ambiente raffinato ed elegante delle corti impara l’arte di conversare, nozioni di lettere e d’arte. Il giovane si preparava in questo modo a divenire, oltre che un prode guerriero, un uomo di mondo dalle belle maniere e dalla squisita cortesia.
A ventuno anni, se, insieme alla cortesia e alla gentilezza, egli era in grado di dimostrare di essere in possesso delle qualità morali e delle virtù che competono a un cavaliere, entrava a far parte di quella ristretta classe a cui possono accedere soltanto quanti hanno dato prova di esserne in tutto e per tutto all'altezza.
Nel periodo storico in cui viviamo una simile esperienza è improponibile, ma possiamo sicuramente puntare a questo, cioè ad una crescita educativa Cavalleresca (Templare). Essa stessa è ben indicata nel Codex che regola l’OSMTH, l’ordine di cui facciamo parte e che si richiama alle proprie antichissime prerogative ed origini: cavalleresche, perché impone ai propri membri l'umiltà ed il rispetto, il reciproco soccorso, la solidarietà piena e disinteressata verso gli altri; militari, per l'organizzazione gerarchica richiesta, il rispetto verso i superiori e l'obbligo dell'ubbidienza; sovrane, per riguardo al suo passato e per la sua capacità di autoregolamentazione.
Le tradizioni dell’antico Ordine del Tempio costituiscono il patrimonio fondamentale di ogni membro dell'Ordine, ed egli diviene tale all'atto della investitura cavalleresca.
Finalità essenziale dell'atto dell'investitura è di creare, nello spirito dell'Ordine, un forte legame associativo e di solidarietà con gli altri membri dell'Ordine al fine di trasmettere puri ed inalterati, cristallini, l’educazione, la tradizione e la sapienzialità Templare in tutte le sue forme, in modo da formare una catena infinita (eggregore) che ci unisce l’uno con l’altro attraverso i secoli.
La parola di un Templare equivale ad un giuramento: egli deve essere di esempio e di stimolo, avere umiltà in se stesso e rispetto per tutti gli altri. L'investitura cavalleresca è il simbolo tangibile della nobiltà d’animo che si estrinseca nelle azioni che ogni membro dell’Ordine pone in essere. Il suo comportamento deve essere di onorabilità, virtù e moralità ineccepibili.
Noi siamo Milites Christi, cavalieri di Dio, e per questo, abbiamo un ruolo nella società ben diverso dagli altri e ben preciso, ben delineato, e ben supportato, nel corpo e nello spirito, da una totale fede verso la Cavalleria Templare (spirituale).
Dobbiamo essere educati nello spirito della Cavalleria con metodo e rigore, poiché sarà nostro compito educare il mondo.
L’investitura cavalleresca non è una pagliacciata teatrale. E’ la consacrazione dell’ uomo a Dio come cavaliere, come mezzo per realizzare la sua Opera. E per fare ciò, il Cavaliere deve essere umile. Senza l’ausilio di questa immensa virtù, le nostre intenzioni e le nostre azioni saranno vane, in quanto l’essere umili è il primo passo per la vera realizzazione spirituale. L’uomo penitente si inginocchia al cospetto di Dio. L’uomo umile realizza il volere di Dio. Dio è celato a colui che è cieco, non umile, e non vede la corretta via per procedere.
Si veda il monogramma V.I.T.R.I.O.L. (Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem - Visita l'interno della terra e, rettificando, troverai la pietra celata) o si pensi al Mutus Liber, o alle Nozze Chimiche (.... Meditavo i grandi segreti che il Padre della Luce, nella sua Maestà, mi aveva lasciato contemplare in gran numero. Mentre volevo preparare nel mio cuore un pane azimo senza macchia, con l’aiuto del mio amato Agnello pasquale, all’improvviso si levò un vento così terribile che non potei fare a meno di pensare che la montagna nella quale era scavata la mia dimora sarebbe crollata a causa della sua grande violenza…), o alla Signora Saggezza presente sulla facciata di Notre Dame descritta da Fulcanelli.
Tutti questi testi, simboli, parlano di qualcosa ben più profondo, naturalmente, ma tutti sottintendono che senza un certo livello di umiltà, di capacità di staccarci dal materiale, di renderci conto profondamente di quello che veramente siamo, non riusciremmo mai a risalire i sette pioli della scala, a camminare correttamente la Via iniziatica. Così come in alchimia, si realizzerà la Grande Opera (la Pietra Filosofale) solamente con il lavoro materiale unito a quello spirituale, interiore.
L’umiltà è una virtù fondamentale alla base dell'uomo di buoni costumi. É semplicità, è coscienza della propria debolezza, dei propri limiti, specie se si confrontano le proprie capacità e le mete raggiunte con la grandezza e la perfezione del Creatore, ovvero la pochezza umana con le meraviglie della natura (Newton: “Noi attingiamo l’acqua dell’oceano con una conchiglia”. Fra i lavori necessari alla Grande Opera, l’adepto in alchimia deve incominciare con l’effettuare il viaggio a Compostella; alla sua conclusione il pellegrino alchimista riceve la conchiglia, o Morelle, in cui potrà conservare l’acqua del mare ermetico). L’umiltà è modestia e riservatezza, nei modi e nel contegno, è soffocazione dell'esibizionismo, dell'ostentazione delle capacità e delle doti (la Grande Guerra Santa della Cavalleria Spirituale Sufi e la Battaglia Interiore, contro se stessi, descritta da San Bernardo di Chiaravalle). Umiltà è tutto l’opposto dell'orgoglio, della superbia, dell'alterigia, dell'altezzosità, dell'ambizione, dell'irriverenza, nonché dell'impudenza. Umiltà è conoscere i limiti propri, degli altri e della stessa natura. Umiltà è saper rinunciare per una buona causa, è abbattimento delle barriere dell'arroganza umana, è vita serena. Dal concetto di umiltà come virtù superiore, traspare la necessità di bandire qualsiasi forma di esibizionismo, ogni ostentazione di certezze; “solo nella semplicità, solo spogliandoci della presunzione, dell'arroganza, dell'innata tendenza a far prevalere le nostre idee su quelle degli altri, soffocando in noi anche i bassi istinti della prevaricazione, solo indossando con naturalezza i panni dell'umiltà (propri del Cavaliere Templare) riusciremo a provare il piacere del "dare", di ricambiare con l'amore le dimostrazioni d'amore ricevute, attuando il rituale iniziatico del "fare agli altri quello che gradiremmo fosse fatto a noi", solo imponendoci d'essere piccoli, proprio come quanti sono storicamente noti per questa dote che li ha resi grandi (come tutti i Grandi Maestri dell’Ordine, o molti Sapienti delle varie Arti, da Leonardo a Fulcanelli, Giordano Bruno, San Tommaso D’Aquino, Bacone, Newton, Guénon…), dote che è virtù allo stato puro, potremo sperare d'essere riusciti a lasciare una traccia della nostra esistenza terrena ".
Dobbiamo quindi cercare di essere veri Cavalieri nella vita di tutti i giorni, e non solo durante i Capitoli del Nostro Ordine, ma sempre e in ogni momento. Per percorrere la Via occorre umiltà, purità d’intenti, spirito di sacrificio e fede cieca nel Maestro. Così come secoli fa i Gran Maestri hanno educato i Cavalieri dell’Ordine, ora le più alte cariche ci educano (e ci educhino) con serietà nel rispetto della tradizione e nel metodo Templare, e noi tutti dobbiamo essere degni di questi insegnamenti, e di impegnarci sempre al recte agire e al recte scire.
Concludo con Nicolas Valois, uno degli alchimisti di Flers de l’Orne, che così scriveva a suo figlio nel 1445: «La pazienza è la scala dei Filosofi e l’umiltà l’ingresso al loro giardino».
Andrea Fuser
Il SOLSTIZIO D’INVERNO ed il SEME DELLA PACE INTERIORE
Prof. Fabrizio Bartoli Commendatore di Osimo - dicembre 2004
Tra qualche giorno ricorre il SOLSTIZIO D’INVERNO una data importante dell’anno fin dall’antichità. Nel periodo dell’Impero Romano, in una data compresa tra il 21 e il 25 dicembre, si celebrava solennemente la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Invicti (il giorno del Natale del Sole Invitto), che, raggiunto il punto più meridionale della sua orbita e facendo registrare il giorno più corto dell’anno, riprende, da questo momento, il suo cammino ascendente.
Questa rinascita solare rappresenta, secondo l’antica tradizione, il simbolo di una rigenerazione cosmica, in cui il Sole e la Luce sono associati all’idea dell’essenza immortale dell’uomo, che opera la sua seconda nascita spirituale. Nella notte del solstizio d’inverno, simbolicamente è possibile accedere alla contrada ascendente e divina in cui l’uomo, restaurando in sé l’Adamo Primordiale, può intraprendere la strada dell’ascesa spirituale e sovraindividuale.
Questo è il momento in cui, quando la notte diviene padrona e il buio totale, è necessario mantenere accesa la fiamma della Fede, che al mattino, con l’alba ed il ritorno della LUCE, diverrà trionfante. Significativo è il passo evangelico in cui Giovanni Battista, nato nel giorno del solstizio d’estate, rivolgendosi a Gesù nato nel solstizio d’inverno, si pronunci in tal modo: “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”. La nascita di Gesù, in questa accezione, può essere interpretata anche come il simbolo della rinascita spirituale.
Dunque il solstizio d’inverno rappresenta l’accesso ad una via di elevazione spirituale, simboleggiata dal sole che, giunto nel suo punto più basso all’orizzonte, ricomincia a salire: LA LUCE vince le TENEBRE, lo SPIRITO vince la MATERIA.
Il momento è propizio per GETTARE UN SEME, ma la direzione, come ci viene indicato dalla tradizione, è tutta interiore.
Un primo passo fondamentale è quello di ottenere l’armonia e la PACE INTERIORE.
L'uomo per dare armonia, per essere portatore di pace, deve trasformarsi, deve operare una rivoluzione, ma non all'esterno (per cambiare semplicemente le strutture o il governante di turno) bensì all'interno, per trasformare la sua stessa coscienza.
Non vi è ideologia politica che non presuma di stabilire la pace, il lavoro, la giustizia sociale, l’ordine ecc.; però, se prima di tutto non si trova la pace entro il proprio cuore, come si potrà pretendere d'instaurarla fuori di sé? Se non si cerca di vivere il senso di giustizia dentro di sé, sotto quali prospettive lo si potrà pretendere nel corpo sociale?
In che senso possiamo parlare di pace, di ordine, se la nostra azione è già bellicosa e violenta? In che senso possiamo parlare di giustizia sociale se la nostra lotta offende e mortifica?
... Noi crediamo che il problema umano non possa essere risolto nè con la guerra tra i vari ordini sociali, quindi tra gli individui, nè prospettando falsi paradisi in terra.
La soluzione sta nell'attuare una rivoluzione coscienziale per fondare la "società dell'Essere" (e non dell'apparire), una società in cui tutti i singoli - e quindi i vari ordini sociali - siano in primo luogo impegnati nella rieducazione delle energie individuate, nella loro giusta direzione e nella loro sottomissione al Principio trascendente e sovraindividuale - che è, appunto, l'Essere - Dio, e in secondo luogo protesi ad instaurare la cooperazione fra i vari ordini, conformemente a quella legge dell'Essere che riconosce tutti gli uomini come figli della stessa essenza e tutti in cammino verso lo stesso scopo.
... Ciò implica che se vogliamo risolvere il problema alle sue radici, dobbiamo riconoscere che fino a quando accentriamo la nostra modalità di vita sulla brama del possesso, sull'egoismo, sull'avidità, sulla violenza, sull'invidia, sulla rivalsa e sulla vendetta, non vi potrà essere nessuna politica o filosofia - sia essa democratica o totalitaria - in grado di estirpare la disarmonia in modo risolutivo.
.... La VERA SFIDA da combattere è quella di mettere in pratica un modo di vita che sappia porre l'accento sulla trasformazione delle coscienze, che sappia additare un'etica che faccia alzare lo sguardo di là dal proprio interesse contingente, individuale e di classe.
.... La salvezza e la PACE la possiamo avere da una filosofia che sappia illuminare la coscienza singola al risveglio della sua totale possibilità di essere, guidare l'uomo dal particolare all'universale e quindi elevarlo ad una VERA NOBILTA’ quella INTERIORE, qualità propria del VERO CAVALIERE . Auguro a tutti i Fr.lli Cavalieri di realizzare il più possibile una sicura PACE INTERIORE.
Non nobis Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam
ALLA RICERCA DELLE PROPRIE RADICI
di Stelio W. Venceslai
1 - Parlare al giorno d'oggi di Templari o di cavalleria militare e religiosa non è tanto astruso od anacronistico come potrebbe sembrare.
C'è una specie di moda che porta addietro, all'esplorazione, alla ricerca se non, addirittura, ad una interpretazione, in chiave moderna (spesso con interpretazioni di tipo esoterico), della storia e del mondo dei Templari, così come ci sono stati consegnati dalle cronache del passato, dopo il grande trauma storico, politico e religioso della loro scomparsa in Europa.
Il Medioevo, con le sue atrocità istituzionali e la sua naïveté, il culto della romanità perduta ed un fervore religioso immanente, la dimestichezza con i simboli e con l’occulto e l’estrema difficoltà del vivere quotidiano, è sempre stato considerato alla stregua di un mito fastidioso, oscuro e complesso, spesso mal spiegato nelle scuole e, comunque, poco capito.
Eppure, il Medioevo è intorno a noi, nelle strutture architettoniche che ci circondano, nelle scienze che trassero faticosa origine dagli studi alchemici, nel ripetersi di certi contrasti politici che sono oggi attuali come mille anni fa (islamismo, ebraismo, cristianesimo), nella cultura classica, filtrata da Bisanzio e dalla sapienza araba, nei simboli matematici ed astronomici, nel fiorire di certe rivisitazioni intellettuali che, al passaggio del secondo millennio dell’era cristiana, hanno prepotentemente riportato di moda il mondo del Medioevo e, con esso, all'esplorazione, alla conoscenza, all'interpretazione, in chiave moderna, della storia e del mondo dei Templari, così come ci sono stati consegnati dalle cronache del passato, nel grande trauma politico e religioso delle Crociate e della formazione del moderno Occidente cristiano.
Noi sappiamo, oggi, che l’impresa dei Crociati, “un’antica festa crudele”, a suo tempo, fu ignara dei territori e dei popoli dove andava ad esercitarsi, fu violenta e feroce nella sua esecuzione, fu avida e rozza nella sua gestione; nulla di diverso, in fondo, dall’approccio con il quale la nostra società moderna affronta l’inizio del terzo millennio.
Una lunga catena di atti, dalla Charta di Larmenius agli editti di Napoleone III, sembrerebbe confermare una ininterrotta sopravvivenza dell’Ordine del Tempio, in clandestinità per circa 400 anni.
Nel lungo silenzio di quei quattro secoli, dal 1318 al 1705, infiniti miti e leggende, favoriti dalla tragica e singolare vicenda templare, fiorirono al punto di immaginare una “eredità” templare, trasmessa prima di morire da Jacques de Molay a Jean Larmenius (o de Larmenie o de l’Arménie), e così via, dando vita alla famosa Charta Transmissionis e ad una lunga, presunta [1], lista di Gran Maestri segreti sino a Filippo d’Orléans.
Certo è che dal mondo e dalla tragica storia dei Templari sono derivate, praticamente, tutte le altre associazioni cavalleresche, segrete, esoteriche, misteriche, numerologiche e così via, dalla Massoneria ai più misteriosi Rosacroce che, in un modo od in un altro, si riallacciano alla storia ed alla memoria del Tempio.
Tutto ciò è derivato da una ricerca spesso inconscia di valori e di idee, meglio ancora se collaudati dal tempo, dal sacrificio, dalla storia, di cui sembra che la società civile abbia sempre maggiore necessità.
I valori ed i miti civili ed istituzionali della civiltà occidentale sono piuttosto alle corde e quelli religiosi, alla base dei sistemi politico-sociali esistenti, stanno sfumando tra l'eclettismo e l'integralismo. Forte è il dubbio che nella lunga fase di fermenti spirituali, ideologici e sociali che stiamo vivendo essi non siano più adeguati o coerenti con le necessità spirituali dell'uomo moderno e con l'irrompere, a tutti i livelli, di una tecnologia sempre più complessa che, almeno nella generalità dei casi, può liberare l'uomo dagli antichi spettri della fame, della malattia e dell'oppressione ma che, tuttora, non sembra che abbia raggiunto questi obbiettivi.
In realtà, si oscilla tra il computer ed il Corano, e la nostra società civile, oltre a trasformarsi in un villaggio globale, si sta atomizzando in un sistema di sistemi individuali molto frammentario. Si cercano alternative spirituali, in modo forse confuso e, per i più, spesso insoddisfacente, nella fuga in improbabili meditazioni od ascesi di tipo orientale, nel paradiso delle droghe, nello stordimento delle discoteche, nei movies cult, per finire ai sassi sul cavalcavia, in un tristo war game nel quale automobili e persone sono obbiettivi vuoti d'anima, oggetti formali da colpire a casaccio, una Ruota della Fortuna od un Bingo, dove il caso amministra la fortuna degli uomini ed alimenta le loro illusioni.
Non è per caso che questo periodo, tra la fine del secondo millennio e l’inizio del terzo, abbia vissuto e tuttora viva contraddizioni clamorose, passando dal materialismo dialettico all'irrazionalismo, dall'esistenzialismo al pensiero debole ed alla New Age così come il secolo dei lumi, iniziato rivendicando i diritti dell'uomo, finì per essere quello della ghigliottina e dei massacri napoleonici.
Dalla fine del secondo millennio dell’era cristiana, in uno scenario caratterizzato da mutazioni strutturali tanto rapide quanto profonde, l’uomo della società occidentale è tuttora alla ricerca dei perché fondamentali della propria esistenza.
Le macchine inventate dall’uomo e prodotte dalla sua tecnologia hanno annullato le frontiere del tempo e dello spazio, hanno stravolto la società industriale e post - industriale, introducendo un nuovo tipo di società civile i cui contorni non sono ancora delineati ma che non potranno che essere molto diversi da quanto ci ha preceduto.
Ma la dimensione spirituale dell’uomo è rimasta sostanzialmente la stessa, anche se arricchita di problemi, di tensioni, di barriere. All’esplosione tecnologica non ha corrisposto quella dello spirito, del sentimento, dei principi morali. E quando si cerca una risposta religiosa ai propri problemi, generalmente ci si rivolge alle religioni monoteistiche tradizionali, le quali tutte affondano le loro radici in una società ormai mitica, nomade od agricolo-pastorale, che non esiste più e nella quale diventa sempre più difficile riconoscersi. Ebraismo, cristianesimo, islamismo, per non parlare dei grandi movimenti spirituali o religiosi dell’Oriente, risalgono a millenni addietro.
Si spiega così il ritorno ad alcuni miti pseudo laici e pseudo religiosi che ancora oggi esercitano una grande forza di attrazione, come quello del Graal, e l’inopinato sviluppo delle sette esoteriche, messianiche o sataniche, che si sono affollate sulla scena, con i loro riti iniziatici, misteriosi, spesso sanguinosi, spesso a sfondo sessuale, talvolta mortali, ma sempre oscuri e certamente non liberatori.
2 - Il bisogno nell’uomo di un ancoraggio intellettuale ed emotivo è profondo e resta sostanzialmente insoddisfatto. Può assopirsi e scomparire del tutto o degenerare in forme di fanatismo o d’integralismo intellettuale.
Più generalmente, esiste un vuoto, se ne avverte il disagio, ma non sembra di potervi provvedere. E’ un po’ come per l’inferno od il paradiso: ce ne hanno parlato, non ci crediamo molto, ma evitiamo di approfondirne il significato, quasi fosse minorante affrontare tali temi.
Anche il ricorso alla realizzazione di alcuni miti personali come, appunto, quello dei Templari, si esaurisce spesso in una lettura più o meno attenta della storia dell’Ordine, magari inserita nello scenario delle Crociate e della società medievale. Questa lettura può essere più o meno articolata, può anche dar luogo ad ulteriori curiosità ed alla necessità di ulteriori apprendimenti, ma resta quasi sempre confinata nel mondo della propria cultura personale. Non si tramuta in un modo di essere, in una filosofia di vita, in quella che dovrebbe essere una vera e propria templarità.
La ragione di tutto ciò risiede nel fatto che la vita quotidiana ci porta a dedicare sempre più attenzione e tempo a tutt’altri problemi che a quelli dello spirito. Non sempre alla curiosità ed alla cultura storiche si associano quell’arricchimento dell’essere o quella mutazione culturale che potenzialmente possono esprimere.
E’, invece, importante recuperare certi valori, espressione del retaggio templare che, attualizzati, possono avere una valenza per il mondo nel quale viviamo.
Per i Templari di oggi, in fondo, non è particolarmente importante se i primi Cavalieri attorno a Hughes de Paynes furono sette o nove od undici o molti di più, o se lo stesso Hughes sia d’origine francese od italiana, o se Andrea de Montbard sia stato o no un Maestro dell’antico Ordine. Certo, tutto ciò merita approfondimenti ed è opportuno che il cultore della storia affini le proprie convinzioni con la ricerca e la comparazione dei dati ma tutto ciò non gli cambia di certo la vita né la cambia a coloro che sono interessati a questi temi.
Quando ci si richiama alla Regola antica od ai principi enunciati da Bernardo di Clairvaux si fa certamente un’operazione di recupero culturale importante ma essenzialmente simbolica. Non si riflette sul fatto che tutto ciò è largamente inapplicabile, al giorno d’oggi, nella società nella quale viviamo.
Siamo davvero convinti che uccidere un non cristiano sia uccidere il Male e non un uomo? Che senso ha immaginare oggi per una persona che voglia diventare Templare, il conferimento dei propri beni all’Ordine? Oppure il divieto di fare il padrino? E la castità è davvero necessaria? Gli esempi potrebbero moltiplicarsi a dismisura.
La sfida è nella trasposizione di ciò che viene dal passato nella vita di oggi. Se ciò non accade, la cultura non è cultura ma solo informazione bibliografica. Il cosiddetto sapere enciclopedico non è di per sé che un contenitore e la persona che sa tutto è solo un veicolo di comunicazione. Lo sviluppo della templarità può rappresentare un’operazione importante, risvegliando principi e valori assopiti. Ma per ottenere questo risultato, perché nelle coscienze si trasfondano principi, occorre che siano leggibili, condivisibili, accettabili, che parlino con parole di oggi all’uomo di oggi, per la società di oggi.
Questa è la vera sfida templare, il banco di prova di una storia di idee espresse da uomini riesumati da un lontano passato ma che possono, tuttora, insegnarci qualcosa.
Il nocciolo fondamentale della questione sta nei voti che coloro che intendevano essere Templari dovevano professare. Questi voti erano e restano l’essenza dell’essere templare, perché su di essi si fondava la stessa Regola ed in base a questi voti il Templare viveva, combatteva e moriva.
Ecco perché è fondamentale chiedersi quale sia l’attualità di questi voti o, per usare un termine più moderno, quale sia la loro effettiva viabilità.
3 - Dal mondo e dalla tragica storia dei Templari sono discese, praticamente, tutte le altre associazioni cavalleresche, segrete, esoteriche, misteriche, misteriosofiche, numerologiche e così via, dalla più nota e diffusa Massoneria ai più misteriosi Rosacroce che, in un modo od in un altro, si riallacciano alla memoria del Tempio, rivendicandone una continuità ideale.
Nel profondo vuoto di ideali e di spinte emotive della nostra società, dove gli antichi valori o si sono dispersi o si sono assopiti, il Templare di oggi può svolgere un ruolo importante, riallacciandosi a quel retaggio storico, religioso, militare e cavalleresco che ragionevolmente discende dagli antichi Cavalieri del Tempio.
La costituzione di una élite di uomini di buona volontà, ispirata a principi né faziosi né integralisti né alternativi, potrebbe essere una risposta a molte delle esigenze dell'uomo d'oggi, così fortemente estraniato dalla sua realtà spirituale.
Per questi motivi è opportuno cercare obbiettivi adeguati e rivisitare gli antichi voti templari, là dove è possibile, reinterpretandoli e considerandoli più come auspicabili virtù che voti da professare, al giorno d'oggi, per tenere conto della evoluzione della realtà dopo quasi novecento anni di storia.
Occorre, dunque, ripensare in chiave moderna e con spirito nuovo e competitivo gli antichi voti templari, alla luce delle grandi mutazioni che si sono succedute nel tempo.
Qualunque ritorno al passato, infatti, sarebbe antistorico, effimero, improduttivo. Qualunque fede nuova si volesse professare sarebbe in contraddizione con la storia del Tempio e finirebbe per trasformare l’Ordine in una delle tante sette che si affollano nella società contemporanea.
Il mondo nel quale viviamo e la società di cui siamo parte possano meritare abitanti migliori ed aspirare a soluzioni più eque, nell’interesse di tutti e non soltanto a vantaggio di pochi. In questo senso ed a questi fini non sono molte le indicazioni che provengono dal passato mentre infiniti sono gli stimoli che provengono dal presente.
Occorre, dunque, se si vuole essere coerenti con il proprio tempo, porsi degli interrogativi e cercare di darsi o di avere le necessarie risposte.
Dopo l’aristocrazia della spada o del sangue, di medievale memoria, espressa dai campi di battaglia, e quella del danaro, fondata sul potere dei mercanti, può farsi strada un nuovo tipo d’aristocrazia dell’intelletto o dell’esempio, quale portatrice di valori nuovi per una società in fase d’evoluzione profonda.
Per questo i Templari d’oggi hanno l’ambizione di guardare lontano e di porsi per obbiettivo l’eticità della società di domani; elitari, ma aperti al confronto, con la tolleranza delle idee ed il rigore dei principi volti alla difesa di quei valori che non hanno bisogno di una ragione storica o sociale o giuridica che ne sia a fondamento ma che sono durevoli quanto l'uomo perché proiezione della sua parte migliore.
NON NOBIS, DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM
[1] Esistono, infatti, liste diverse di nominativi, con le date delle rispettive Maestranze non sempre concordanti tra loro, anche se la più accreditata, se così si può dire, sembra essere, appunto, quella della Charta di Larmenius.
di Andrea Fuser Portastendardo della Commenda di Osimo
Signore, tu che ci chiami in battaglia
Guida la nostra mano
Comanda la nostra parola
Ristora il nostro corpo
Allevia le nostre sofferenze
Purifica il nostro spirito
Che la fede non ci venga a mancare
Che la nostra volontà non ceda
Nel duro cammino del pellegrino
per giungere immacolati al cospetto del Giusto.
Ovunque tu ci chiamerai
A difesa del tuo popolo
Dacci la forza di affrontare il nemico a testa alta
Di non vacillare di fronte alla sua rabbia
Di restare saldi in sella al nostro cavallo
Poiché noi Cavalieri Templari crediamo in Te o Signore
Non più paura
Non più dolore
Perché la luce della tua potenza risplendi sui bianchi mantelli
La Tua Saggezza regni sul mondo
La tua Forza annienti il male
La tua Parola salvi gli empi
Fa sì o Signore,
che il nostro cuore sia puro e umile nel silenzio e nella preghiera
Affinché si realizzi la grande opera
e sia fatta la tua gloria.
Amen.
nnDnn
CONSIDERAZIONI SULLA TEMPLARITA’
Consentire che l’uomo, malgrado e contro la sua autocoscienza, fallisca puntualmente le occasioni che nella storia possono riflettere la sua migliore natura è il vero lassismo contro cui il templare deve lottare. Coscienza e conoscenza sono il sinolo con cui liberare e crescere le potenzialità umane, le migliori qualità.
Oggi più che mai l’uomo può crescere singolarmente e collettivamente secondo un principio di evidenza impossibile nelle epoche passate.
Cercare leggi eteronome o smettere, ancor più, di esigere che la legalità si ispiri continuamente all’etica universale della nostra coscienza più pura, non lottare perché l’idea regolativa delle nostre menti di un Diritto Naturale sia l’anima e il principio immanente dei nostri rapporti, sarebbe il vero pervertimento, la contraddizione in termini e il fallimento. Qualunque istituzione umana, fallendo non già per (ovvia) approssimazione, ma per sciente e interessato tradimento dei principi con i quali si autolegittima andrebbe ripudiata come vergogna dell’umanità.
Se agostinianamente e debitamente con le stesse parole del Cristo ci riferiamo al vero tempio, capaci di illuminare la profondità dell’interiore e attingendo e ascendendo all’universale ci riconosciamo in esso, dobbiamo altresì essere capaci di difendere, abbellire, arredare il tempio nonché avere la sapienza e la potenza per officiare in esso.
Dobbiamo conquistare l’Umanità che ci è dato raggiungere in quanto esseri umani; è nostro dovere.
B. Spinoza scriveva : “ogni eretico ha il suo libro”. E dunque domandiamoci quale sia il libro del cavaliere templare oggi e in che modo il sacro che attiene al templare possa essere universale.
Se fossimo immortali saremmo atei; poiché non lo siamo accettiamo di non dimenticare ogni debolezza che ci guida al divino. Eppure quanto eroismo può nascere dalla miseria di una condizione, al punto che seppure nel Santissimo del tempio non abitasse la trascendenza dovremmo ciò nondimeno, come templari, difendere la bellezza della verità non già perché divina, ma perché vera; il bene per il bene. La croce sul mantello sembra segnare il rispetto dell’uomo per il divino e l’amore del divino per l’umano, ma ancor più è il segno della disposizione dell’uomo verso l’uomo. La presenza nel segno è l’incontro di due piani nel punto. Quand’anche l’occhio dell’uomo non si aprisse nello sguardo di Dio noi dovremmo volgerci all’Unità come valore morale. Quand’anche il Cristo non avesse riedificato il tempio in tre giorni, noi saremmo templari nella consapevolezza della resurrezione della semplice coscienza. Se anche arrivassimo a spogliare Dio, secondo una inimmaginata evidenza, delle qualità che il nostro cuore gli attribuisce, l’intimo e universale ordine, il sottile e potente comando della coscienza rimarrebbe.
Con la stessa forza, dunque, i mercanti dovrebbero essere cacciati con la frusta.
Il vero templare non è colui che ossequia il fervore reso delirio ma colui che lotta per un bene superiore, colui che si adopera per ciò che secoli orsono è stata chiamata “l’uscita dalla minorità”.
Il sommo sacerdote e il fedele devono coincidere. Ogni uomo può e deve officiare nel suo tempio interiore, ed ogni simile pertanto non è solo fratello, bensì un altro volto dell’Identità. Infine, dunque, con gli antichi possiamo dire: “ com’è al di sopra così è al di sotto; com’è al di sotto così è al di sopra”, ed aggiungere: com’è all’esterno così è all’interno. Ecco l’unione di legge umana e legge divina, e ancor più: di legge e libertà. La meravigliosa universalizzazione della massima morale si fonde con l’adesione alla soave verità delle leggi naturali d’armonia. L’arma del cavaliere è la sua saggezza e sapienza; la forza con cui vibra il colpo è la medesima forza della natura: questo è il cavaliere ideale. Tutto ciò sembra irrealizzabile; è per questo motivo che il templare combatte da guerriero permanente, anche interiormente. Nel tendere perennemente all’ideale trae la serenità che è invece la disperazione degli altri guerrieri. Il suo vero ideale non è una legge statuale o un dettame confessionale, ma è la forma trascendentale dell’armonia. Il vero cavaliere è il vero uomo, il vero uomo è il cavaliere. Il vero uomo non si ritira dal mondo, ne trae, piuttosto, energia e giustificazione, ed è vivendovi che lotta per esso.
Nel vivere civile non può prescindere dai mille compromessi che la società propone, impone e teorizza, ma non può certo riconoscerli come mezzo necessario e tanto meno come termine ultimo del cammino umano.
Se ogni singolo non sarà disposto a seguire la voce della coscienza più intima avrà leso lui stesso il suo tempio dando un infinitesimo ma distintivo colpo alle colonne del più vasto Tempio che tutto comprende.
Ancora una volta perché la formula magica dischiuda la realtà celata c’è bisogno del mago: se i grandi concetti con cui connotiamo i valori che intendiamo testimoniare non vibrano dentro di noi, mai vivificheranno e determineranno la nostra azione. Se verità, amore e conoscenza non ci pervaderanno, il ritorno, l’unione, l’Identità saranno soltanto favola e “l’uomo nuovo” privo del Sé.
Frà Sebastiano da Cerca
Intervento del 19 marzo 2005 in occasione del Convegno “Linee guida per una moderna politica templare” – VIII Capitolo nazionale OSMTH – Gran Priorato d’Italia, Tivoli Roma 18-20 marzo 2005 a.o. 887
Fr. Cav. Enrico Francia – Commenda Robert de Craon, Roma.
Sulla “Premessa”
a - Sarebbe sicuramente rincuorante poter menzionare unicamente la questione palestinese o i conflitti del Sudan, dell’Afghanistan e dell’Iraq se non fosse che il panorama mondiale dei conflitti sanguinosi ne conta vergognosamente e scandalosamente un numero ben maggiore. Non può essere taciuto il fatto che molto spesso le Nazioni che si pongono come forze di garanzia di diritti, intermediazione e, a volte, di liberazione sono direttamente o indirettamente responsabili del conflitto stesso o, comunque, di altri in altri teatri politici e geografici.
b - Non credo che il vero problema sia la crisi dei valori rispetto alla tradizione. Credo piuttosto che la tradizione non si sia mantenuta viva nel tempo; che i valori siano rimasti la sclerotizzata armatura di un guerriero sempre più molle, vile e insensato nel contempo. I garanti dei valori di un tempo sono direttamente responsabili della perdita generalizzata di ogni fare morale, legale e civico, eccezion fatta per pochi, sporadici ed eroici casi. Siamo di fronte alla perdita di una dimensione squisitamente spirituale, al consumismo sfrenato e alla logica assoluta del profitto. Tutto questo non è mai partito dal basso ed era cartesianamente calcolabile. Il mondo di ieri è il padre di quello attuale. Il falso progresso, l’ignoranza, l’intolleranza, sono i figli maledetti di una meretrice prolifica da molto, molto tempo. Forse recentemente abbiamo solo aggiunto la potenza e l’immediatezza dei nuovi mezzi tecnologici. “Cultura” e “continuità storica” sono concetti che devono essere dunque ben chiariti come le unità di misura stesse attraverso le quali la pietra viene squadrata e i pilastri edificati.
Sul punto III “della persona”
La domanda è come e cosa fare. Ciò vale per i singoli così come per l’Ordine tutto. Le culture che non violano i “fondamentali” sono davvero rare, e a ben guardare proprio in forza dei punti distintivi ravvisati nel documento, se considerati come termine rigoroso. Altri punti, del resto, potrebbero essere individuati nella distinzione delle negatività, cruciali nel presentare aperta contraddizione con i fondamenti che caratterizzano quel grado di civiltà necessario e sufficiente perché una società sia detta evoluta. Una attenta analisi di alcuni meccanismi mostra come fenomeni ed ambiti siano spesso interrelati con altri, tali da rendere necessarie maggior cura ed indagine su aspetti che altrimenti figurerebbero avulsi e svincolati da ogni altro fatto criminoso, fin troppo circostanziati e persino occasionali o marginali:
- la rete di copertura esistente del segreto su fatti politici e finanziari che rivelano l’esistenza di fattori lesivi per la comunità e per i singoli.
- Il finanziamento e lo scambio di risorse per attività non solo semplicemente riconosciute illecite ma che portano facilmente danno irreversibile all’umanità tutta.
- Lo sfruttamento imposto e non sufficientemente denunciato, in nome di interessi estesi, di cui lo sfruttamento importo delle monocolture, equivalente all’induzione e imposizione del sottosviluppo è solo un aspetto.
- Fabbricazione, sperimentazione e vendita di armi o materie assimilabili nel circuito di produzione relativo con proporzioni finanziarie tali da influire direttamente su equilibri ed assetti politici.
- L’inadeguatezza degli attuali poteri di polizia nazionale ed internazionale su questioni che rappresentano il sovvertimento di ogni criterio distintivo della dignità umana e del vivere civile: pedofilia, commercio di organi, sangue, sperimentazione e fabbricazione di sostanze e ordigni di distruzione di massa, smaltimento scorie e qualunque altra sostanza ad alta tossicità.
- Inadeguatezza e contraddittorietà, secondo gli interessi più disparati, della definizione e determinazione giuridica di alcuni reati le cui proporzioni e conseguenze sono assolutamente sottostimate, e volutamente non ridefiniti alla luce di uno spirito realmente etico-giuridico.
- Negligenza legislativa ed esecutiva nel generale scollamento fra il bisogno reale della società espresso nello spirito delle leggi e la determinazione della realtà giuridica costituita dalla lettera delle leggi positive.
Più in generale, rimanendo nell’ottica illuminista del documento e considerando
pertanto gli Stati Sovrani come i “Grandi Individui”, tutto ciò che generalmente cade sotto la voce “sicurezza nazionale” e può essere sussunto sotto il concetto di “necessità politica e civile” di fatto sovente implica e comporta danni e, a volte, crimini contro “l’altrui” citato. Così come del resto può essere stabilito arbitrariamente il bene da una linea governativa verso la cosa pubblica e i cittadini, giustificando in modo surrettizio azioni a loro reale danno morale e materiale.
In conclusione vorrei ricordare che “l’altrui” sul piano umano andrebbe tradotto nell’identità e non paternalisticamente e semplicemente in una vuota “fraternità”.
Della “templarità”
Sui punti espressi come carattere distintivo della templarità aggiungerei esplicitamente il valore della conoscenza e il valore della responsabilità, intesa non solo nell’accezione di una esigenza di misura ed equilibrio, ma anche come costante principio di individuazione del giusto rapporto soggetto-azione-effetto.
Dell’ “innovazione”
Se viene criticato il divieto poiché l’elusione della norma può effettivamente comportare “rischi maggiori” ciò equivale in sostanza ad una parvenza di liberalizzazione a fronte della quale, devo dire, l’oggetto in questione atterrisce molto più che in altre forme di liberalizzazione ormai note al dibattito civile.
Parlando quindi di regolamentazione piuttosto e pertanto riferendoci necessariamente a parametri e principi regolativi chiari, parole come “buon senso”, “ragione”, “etica”, devono assolutamente trovare corpo. L’antico peccato di “ybris” del mondo greco, il medio come luogo di virtù, la misura, sono forse un monito lontano ancora valido. All’etica dell’intenzione bisogna associare la vera saggezza che salva dall’assolutizzare persino i concetti positivi, considerando le possibili conseguenze. Tutto ciò che il futuro cela può essere infausto oltre che imprevedibile. Evidentemente è necessario resistere alla spregiudicatezza economica che si nasconde dietro il mercato della ricerca.
Comprendendo e facendo comprendere che la misura e il grado di ciò che è lecito e auspicabile si stabiliscono inquadrando l’uomo in un ordine di relazioni e che la sua stessa identità scaturisce da esse possiamo, aspirare ad un più reale rispetto per l’umanità. Ogni civiltà si definisce e si caratterizza nella relazione spaziale e persino temporale con le altre. Non può esistere una dignità civile qui e ora se angoli del pianeta, classi sociali o, magari, intere popolazioni ed etnie, vengono sacrificate ad un principio utilitaristico; se i conti con le decisioni non vengono fatti sull’idea di una relazione tra gli eventi anche a lungo termine. Uomini e società non sono né l’incarnazione selettiva di uno Spirito assoluto del mondo né monadi. Sono e dunque siamo i segmenti e i nodi di una fitta rete, un’unica rete che si svolge nelle dimensioni note e forse anche oltre.
Non esiste l’età dell’oro così come la società dei filosofi o dei guerrieri. Non deve esistere il secolo dei petrolieri o dei cibernetici o l’era farmaceutica o il dominio degli scienziati. Nessuno ha il diritto di tagliare o lasciare che si tagli il filo della rete in alcun punto.
“L’uomo nuovo” , arbitro e consapevole dell’uso dei propri mezzi, deve lottare per la realizzazione di questa saggezza. Dobbiamo commisurare le aberrazioni possibili in un sistema aperto, abbiamo l’obbligo storico e morale di paventare ciò che può aprire la strada a vie terribili senza ritorno, liberare allora Prometeo e imprigionare Pandora.
LA VISIONE STRATEGICA DI CLEMENTE V DAL 1306 AL 1310
Commenda di Roma "Templum Domini"
Solitamente, Clemente V, viene presentato come un leguleio, gaudente e di ristretta mentalità che assurse al Trono di Pietro solamente grazie all’interessato aiuto di Filippo il Falsario per essere semplice strumento di appagamento delle ambizioni di quest’ultimo.-
Chi ha seguito i nostri interventi, sia in questo sito sia in altri e diversi momenti espressivi, avrà sicuramente notato l’esecrazione, tutt’ora viva e vibrante di sdegno, per il comportamento che Clemente V operò nel corso del “Processo” contro i Cavalieri Templari.-
Dobbiamo, però, essere coerenti con la nostra qualità di storici e studiosi che ci fa discernere, e vergogna se così non fosse, sia quelle che in giudizio si definiscono “prove sfavorevoli” sia quelle “a favore” dell’imputato, più o meno illustre ed amato, che facciamo virtualmente sedere sul banco degli accusati.-
Affermiamo, pertanto, a gran voce che Clemente V, nel quinquennio che va dal 1306 al 1310, fu un fine stratega che intessè una serie di azioni diplomatiche e, soprattutto, militari contro i Mussulmani che ebbero dei successi, sul campo, di rilevante spessore.-
Già dai primi giorni del mese di gennaio del 1306, Clemente V iniziò una potente offensiva diplomatica indirizzando una decisa lettera apostolica sia ai Feudatari della Francia che a Filippo di Taranto ed a Federico di Trinacria affinché si impegnassero a mettere a disposizione truppe e risorse economiche a favore di Carlo d’Angiò che stava per intraprendere un’azione militare nei confronti prima di Michele Paleologo e, quindi, di suo figlio Andronico in quanto “…complice set fautores scismatico set ab unitate christinana Fidei deviantes…”-
Sempre per sovvenzionare le attività dell’Angiò, provvide ad inviare a tutti i Vescovi incardinati nel sud della penisola italica un serie di note con le quali decideva di devolvere all’Angiò i proventi ecclesiastici e le decime del Regno Angioino di Napoli e della Sicilia per il biennio 1306/1307.-
Dopo pochi mesi, attendendo il concretizzarsi della spedizione conto i Bizantini “scismatici e devianti”, provvide a pacificare la zona centrale del Mar Mediterraneo imponendo una “tregua d’armi” della durata di quattro anni tra Enrico II di Cipro e la Repubblica marinara di Genova, che si trovavano in contrasto per motivi commerciali legati alla sospensione del re cipriota di alcuni benefici mercantili già concessi negli scali dell’isola a quella Repubblica.-
Se ben guardiamo, la chiusura del “fronte” marittimo, più che per Genova, fu un guadagno per Enrico II che potè destinare tutte le sue risorse militari contro il fratello Amalrico che aveva iniziato un conflitto per il trono cipriota aiutato quest’ultimo, nella circostanza, dall’Ordine Templare.-
Approfittando della libertà di azione conseguente alla sospensione della belligeranza tra Genova e Cipro, si inserì nell’area egea uno dei tanti avventurieri occidentali dell’epoca: l’Ammiraglio [noi lo definiremmo pirata] Vignolo dè Vignoli, genovese di nascita, che, dopo aver ottenuto dal Basileus Andronico l’affitto delle isole di Coo e di Lero, aveva iniziato una proficua campagna marittima, teoricamente sotto l’emblema della Santa Croce, nel Mediterraneo orientale con lo scopo dichiarato di “recuperare” alla Cristianità tutte le isole del Dodecanneso.-
La faccenda, di per sé non certo degna di nota, considerata l’epoca ed i precedenti storici, ebbe uno sviluppo all’inizio imprevedibile in quanto il dè Vignoli arrivò al punto di concordare una “alleanza d’armi e di intenti” addirittura con il Maestro degli Ospitalieri, Folco di Villaret, che ne fece parte Papa Clemente V per ottenere la necessaria libertà d’azione.-
Il Papa, valutata la possibilità di aprire un interessante fronte anti mussulmano nell’area cruciale del Mediterraneo orientale, che avrebbe potuto avere ed in effetti poi ebbe, positive ripercussioni nelle operazioni verso la Terrasanta, il 29 luglio dello stesso anno, non solo benedì l’atipica alleanza, ma concesse agli Ospitalieri di armare navi senza nemmeno consultarsi con il Re di Cipro e con il Basileus di Bisanzio e di operare sia in acque cristiane che mussulmane concedendo, di fatto, una “Patente di Corsa” all’Ordine Ospitaliero e, di fatto, “all’alleato” dè Vignoli; vedremo più avanti quale fu l’esito della lungimirante azione Clementina.-
Siamo giunti, intanto, al 1307, anno in cui, come noto, il Pontefice, anche per le missive diplomatiche che gli stavano giungendo sempre più pressanti da Filippo IV, volle sapere dagli Ordini monastico-militari, espulsi dalla Terrasanta a causa della caduta di San Giovanni d’Acri, quali azioni ritenessero di intraprendere per il futuro; ventilando l’idea di fonderli in un unico, nuovo Ordine ove far confluire tutte le risorse amministrative e militari.-
Il Maestro dei Templari, Jacques de Molay, rispose alla richiesta papale respingendo la possibilità della fusione a causa delle diverse caratteristiche di finalità di scopi dei due Ordini maggiori e per il fatto che “avrebbero potuto verificarsi dei problemi di incomprensione tra i Cavalieri degli Ordini, nel passato divisi da diversi punti di vista sulle azioni ed alleanze operate sul campo ” e propose a Clemente V di procedere con una incisiva campagna militare che avrebbe poi sfociato nella riconquista del Sepolcro. La campagna che il Maestro Templare suggeriva si basava su tre direttrici tattiche: dapprima una azione marittima da operare con una decina di galee che avrebbero operato il blocco navale del Mediterraneo orientale; quindi un esercito di invasione di dieci/quindicimila cavalieri e di quaranta/cinquantamila fanti oltre a un migliaio di cavalieri degli Ordini militari per un attacco nell’Egitto per poi procedere verso nord-est, esercito che doveva essere guidato da un comandante supremo al di sopra delle parti accompagnato da un Legato Papale, ed il cui trasporto sarebbe stato a carico delle Repubbliche marinare italiane che avrebbero anche dovuto assicurare la copertura militare marittima; un terzo fronte, poi, composto da un numero non definito di cavalieri e fanti, messi a disposizione dal Basileus di Bisanzio e dal Re d’Armenia, che avrebbe operato una massiccia operazione dal territorio armeno dapprima verso Damasco per poi scendere verso sud-ovest [il piano strategico, secondo noi, non teneva conto di alcuni fattori: 1- i Mussulmani, solo ad Acri, avevano messo in campo duecentocinquantamila tra fanti e cavalieri; 2- l’evacuazione di Chateau Pelerin, (la più potente piazzaforte dell’intera costa mediterranea della Terrasanta, per di più dotata di un buon porto) volontariamente abbandonata proprio dai Templari il 14 agosto 1291, tra l’altro nemmeno minacciata né dal mare né da terra dai mussulmani che già ne avevano sperimentato l’imprendibilità, aveva tolto l’unica possibilità di sbarco protetto per un esercito di invasione o di riconquista dell’area medio-orientale visto che l’intera costa, da Antiochia ad Alessandria d’Egitto, era in saldo possesso dei mussulmani i quali, nel frattempo, avevano sistematicamente distrutto o potentemente fortificato tutti gli scali marittimi della costa mediterranea; 2- come già dimostrato, sia nelle incursioni terrestri verso l’Egitto che nell’azione condotta da San Luigi, muoversi ed operare con profonde azioni militari sul territorio inondabile dell’ Egitto non si confaceva alle tecniche di guerra degli eserciti occidentali; 3- far svolgere una azione combinata da truppe bizantine ed armene senza che le eventuali conquiste territoriali non potessero disgregare e, potenzialmente, mettere in contrasto le due monarchie levantine era pura utopia politica; 4- costringere, senza uno stato di pericolo incombente come era accaduto nell’assedio di San Giovanni d’Acri, le Repubbliche marinare italiane ad unire le proprie forze militari e mercantili a titolo gratuito e senza una promessa, del tutto aleatoria nei fatti, di immediati riconoscimenti di sfere di interesse commerciali (che non avrebbero potuto nemmeno essere concessi considerato che non vi erano aree in mano alla Cristianità da assegnare in esenzione di dazi o con agevolazioni fiscali) era di fatto un’idea fondata sui sogni e non sulla realtà; 5- erano in corso le operazioni nella penisola iberica che stavano assorbendo forti concentramenti di truppe e di risorse finanziarie in cui era già invischiato l’Ordine Templare; 6- le truppe dell’Ordine Teutonico si stavano già spostando verso l’area nord orientale europea per sostenere l’opera di evangelizzazione forzata delle popolazioni della zona baltica].-
Ben più realistica e, soprattutto, prudente la risposta del Maestro degli Ospitalieri che non si sbilanciò più di tanto sull’eventualità di una fusione degli Ordini; rappresentò, ad ogni buon fine, che l’azione degli Ospitalieri non si era affatto interrotta con la caduta di San Giovanni d’Acri ma che, al contrario, era in atto una poderosa campagna navale e terrestre nelle isole del Mediterraneo orientale [come già sappiamo] e che tale azione avrebbe potuto concretizzarsi con un importante risultato nel breve termine [in effetti gli Ospitalieri avrebbero realizzato pochi mesi dopo la conquista di Rodi] e che, inoltre, l’operatività del proprio Ordine si stava trasformando da emintemente terrestre in navale e terrestre.-
Il Maestro dei Teutonici non si pronunciò sulla fusione ma fece constatare a Clemente V che le risorse militari erano già in fase di avanzato ridispiegamento ai confini della Prussia orientale; che la flotta aveva già raggiunto il Mar Baltico e che la Casa madre dell’Ordine era stata già trasferita a Marienburg da Venezia, dove si trovava allorché le attività operative erano indirizzate verso la Terrasanta; lo stesso Maestro teutonico sottolineò che tutti i contingenti, a suo tempo già concessi in appoggio ai Re iberici, erano stati anche essi ritirati da quella zona di operazioni e trasferiti nell’area nord orientale europea.-
Clemente V, pragmatico, comprese e prese atto della situazione così come rappresentata dai tre Maestri e acconsentì al proseguimento delle attività degli Ospitalieri e dei Teutonici.-
Per quanto riguardava, invece, le idee del de Molay decise in modo diverso; ricordiamoci che l’Ordine Templare aveva come suo Capo supremo proprio il Papa di Roma.-
La prima mossa di Clemente V fu quella di convocare dinanzi a sé, nel concilio di Vienne del 1308, il de Molay congiuntamente ai comandanti militari Templari che operavano nell’isola di Cipro e che stavano incidendo sul problema dinastico che aveva messo, l’uno contro l’altro, il Re di Cipro Enrico II ed il fratello Amalrico: la convocazione ebbe per effetto indiretto la sospensione delle attività militari su quell’isola.-
La seconda mossa, di altissimo impatto strategico, fu quella di disporre il pressoché completo trasferimento delle truppe dell’Ordine Templare dalle basi delle lingue scozzesi, britanniche, francesi ed italiche verso i castelli iberici per concorrere alle attività della crociata contro i Mori di Spagna.-
E’ importante sottolineare che, poco tempo prima, il Papa aveva ordinato al Visitatore di Francia Ugo di Peraud, senza alcun contrasto da parte del Maestro del Tempio [!!!], il versamento di ben duemila marchi d’oro del tesoro templare di Francia nelle casse dei banchieri fiorentini Tommaso e Vanni Mozzi per le necessità delle attività di guerra contro i Mori.-
Da notare che le attività della “reconquista” da parte dei Re di Castiglia e di Aragona, pur se concretizzatesi con l’arretramento della sfera di invadenza moresca al solo califfato di Granada avevano comunque dovuto contenere ed affrontare in modo continuativo le azioni di guerriglia delle popolazioni di discendenza araba convertite forzatamente al cristianesimo [i così detti Moriscos] che rappresentavano un problema permanente di stabilità in quanto sovvenzionate ed alimentate nascostamente dai Califfi del regno granadino.-
Clemente V decise perciò di provare ad eliminare l’ultima sacca di resistenza mussulmana nell’Europa occidentale [le operazioni termineranno dopo quasi 190 anni, nel 1492, con la conquista di Granada] operando su due direttrici strategiche “…ad exstirpandam de regno Granate fetidam nationem ”: 1- mise il Regno di Castiglia sotto la protezione di San Pietro e degli Apostoli disponendo che la raccolta delle decime venisse devoluta al Re così come già disposto per le decime raccolte nel Regno di Aragona; 2- autorizzò l’alleanza tra Fernando IV di Castiglia e Giacomo II di Aragona con l’Emiro di Fez ad Alcalà de Henares facendo, quindi, aprire un secondo fronte marittimo e terrestre nel nord-ovest della spina africana con conseguente occupazione di Almeria, Ceuta ed Algesiras e, soprattutto, con la conquista della Rocca di Gibilterra, che sarebbe rimasta in mani cristiane fino al 1333.-
Grazie a tale particolare alleanza vi fu il blocco delle attività militari navali dello Stretto di Gibilterra, circondato su entrambe le sponde, per cui le truppe cristiane poterono occupare stabilmente le isole Canarie e rifornire gli avamposti balearici retti da Ferdinando re di Maiorca: in pratica i rifornimenti del Regno di Granada vennero bloccati sia sulla sponda atlantica, con il conseguente blocco di Cadice e della foce del Guadalquivir, sia delle rive mediterranee chiuse dalla cerniera che partiva da Gibilterra e che veniva chiusa dalle Baleari. In poche parole, i Califfi del Regno di Granada furono chiusi nell’area protetta dal Guadalquivir fino al Mediterraneo ed impossibilitati a ricevere quelle risorse aggiuntive che avevano permesso loro di alimentare l’endemica rivolta dei Moriscos.-
Ma Clemente V non si fermò qui.-
Il Papa seguiva, oltre ai fronti iberici e della Terrasanta, anche un’altra area di cruciale importanza nella lotta contro i mussulmani: l’area orientale “Caspica” dove operavano da alcuni anni le truppe, o meglio le Orde, Mongole.-
Inviò, quindi, un proprio Legato apostolico presso i capi Mongoli chiedendo loro di cessare l’offensiva in corso verso l’Armenia [era morto in uno dei combattimenti, tra l’altro, proprio il Re d’Armenia, Hetoum] ricordando gli accordi secondo i quali il “…Rex Tartarorum qui promisit subsidia contra Saracenos…” e che i latini stavano per operare l’apertura del fronte mediterraneo contro il comune nemico [ci sembra una affermazione leggermente imprecisa da parte del Legato pontificio in quanto, in qualità di rappresentante del Papa, doveva ben conoscere la realtà delle situazioni della cristianità!]: l’esito, comunque, fu quello di far interrompere le operazioni contro l’Armenia per cui fu un ulteriore, indubbio successo di Clemente V.-
L’offensiva diplomatica verso oriente non si arrestò in quanto il Papa intervenne anche nella politica delle alleanze per matrimonio che la casata degli Angiò stava effettuando in Levante nell’ottica delle operazioni contro il Basileus bizantino [vedi la prima parte di questo saggio]. Favorì quindi l’unione matrimoniale tra Caterina, figlia di Carlo d’Angiò, con Filippo di Taranto, Principe di Acaia [ricordiamo che Caterina di Villeardouin, discendente diretta del Conte di Villearduin, primo Principe di Acaia all’epoca della quarta Crociata, era andata in sposa nel 1297 a Filippo di Savoia e che, nel 1307, aveva rinunciato al proprio titolo a favore della casata degli Angiò in “compensazione” di possedimenti ceduti dagli Angiò ai Savoia].-
Nel quadro di questa attività a favore della casata angioina, Clemente V provvide a neutralizzare una potenziale “spina nel fianco” della eventuale azione dell’Angiò contro il Basileus nella stessa area balcanica, riuscendo ad ottenere non solo il matrimonio tra l’altro figlio dell’Angiò, Carlo il Giovane, con Zariza, figlia di Urosh, Re di Serbia [tradizionale alleato storico del Basileus], ma addirittura contribuendo alla stipulazione di una trattato di alleanza, il 27 marzo 1308, tra lo stesso Urosh e Carlo d’Angiò che prevedeva il futuro intervento dei Serbi contro i Bizantini fissando l’acquisizione, da parte della Serbia, dell’Albania e di parte della Macedonia [ ove volessimo, potremmo trovare in questo trattato l’origine storica dei problemi balcanici che si protraggono, con lutti e distruzioni, negli ultimi 90 anni della nostra epoca ].-
Assicurate le attività militari e diplomatiche “esterne”, Bertrand de Got potè dedicarsi ad eliminare le “devianze” interne all’Europa cristiana: il problema rappresentato dagli “Apostolici” nel nord della penisola italica.-
Considerati i fronti già attivi: Penisola Iberica, Armenia, Egeo orientale, Africa nord-occidentale, Europa nord-orientale, area balcanica; il Pontefice si ritrovò alle prese con un problema di devianza canonica fin troppo vicino, geograficamente parlando, alla sede papale e, per di più a cavallo delle vie Romea e Francigena.-
Impossibilitato a far intervenire sia l’Ordine Teutonico, già attivo militarmente nella zona nord-orientale europea, e quello Ospitaliero, severamente impegnato nell’Egeo orientale, chiese al Maestro dei Templari, Jacques de Molay, di raggruppare le sue truppe residue di stanza nelle Commanderie e nelle Precettorie italiche, danubiane e provenzali facendole concentrare nell’area del biellese e della Valsesia ove insisteva la massiva attività degli Apostolici.-
Il Maestro Templare, pur trovandosi già in quello che si potrebbe definire “l’occhio del ciclone”, che aveva avuto respinti in toto i suoi farneticanti progetti di riconquista della Terra Santa e che aveva dovuto, inoltre, subire gli ordini riguardanti il versamento dei fondi del tesoro templare ai banchieri fiorentini, ordine che lo aveva bellamente scavalcato nonostante le disposizioni normative della Regola Templare, rispose al Papa nello stesso modo del suo predecessore al tempo della “Crociata” contro i Catari: cioè che la Regola Templare proibiva ai Cavalieri dell’Ordine di impugnare le armi e combattere contro dei Cristiani!-
Possiamo immaginare quanto possa aver fatto felice, la risposta del Maestro dei Templari, Clemente V che aveva appena convocato i vertici dell’Ordine per contestare loro le iniziative fratricide di Cipro e che certamente ben conosceva le migliaia di scaramucce consumate tra Templari e Ospitalieri, tra Templari e Teutonici, tra Templari e Cavalieri del Santo Sepolcro e altre che la Storia non ci ha tramandato!-
Fu così che Clemente V si vide costretto a rivolgersi all’unico sovrano europeo rimasto libero, se così si può dire, da grosse attività militari ovvero Filippo IV [per la verità anche il piccolo Re dell’Ile de France aveva le sue guerricciole in corso ma in quel momento storico le attività nelle Fiandre stavano attraversando un momento di tregua].-
Filippo, che stava leccandosi le ferite politiche derivate sia dai suoi problemi economici che dai suoi precedenti contrasti con Papa Bonifacio VIII, da buon opportunista colse l’occasione per operare a favore del Papa “…contra demon pestifer, filius Belial, horrendissimus heresiarcha Dolcinus…” ed inviò un robusto contingente militare che sconfisse facilmente le raccogliticce soldataglie territoriali schierate dagli Apostolici e fiancheggiate da minuscoli contingenti professionali guidati da piccoli nobili come i Conti di Biandrate, che agirono di mala voglia e memori dei fatti accaduti a Carcassonne ed Albi.-
L’11 agosto del 1310, Clemente potè rivolgersi, vincitore, alle truppe “crociate” di Filippo IV che avevano trionfato sull’Eresiarca, che “… cum pluribus mille suis secutoribus, fuit in summis alpibus captus, ac cum omnibus sequacibus ferro seu igne consumptus…”: in effetti si andavano raffreddando in quelle ore le ceneri dei roghi dove si erano consumate le idee ed i corpi di Dolcino e dei suoi seguaci, già facenti parte dell’Ordine Francescano, catturati sul campo di battaglia!-
Di lì a poco, il Pontefice, vista l’origine dei dolciniani, avrebbe emanato la Bolla “Dudum ad apostolatus” con la quale avrebbe disposto una indagine conoscitiva sulle attività e la mistica dell’Ordine Francescano che ebbe, fortunatamente per i seguaci del Fraticello, esito negativo.-
Concludiamo queste riflessioni con DUE quesiti che ci sono sorti analizzando la capacità organizzativa e strategica di Clemente V e che hanno fatto brillare questo discusso Pontefice come uno dei più lungimiranti e pragmatici tra coloro i quali hanno occupato il Soglio di Pietro:
1- SIAMO ANCORA CERTI CHE IL PROMOTORE DELLA FINE DELL’ORDINE TEMPLARE ABBIA COME RESPONSABILE FILIPPO IV DI FRANCIA?;
2- VISTE LE CAPACITA’ ED IL CORAGGIO DI CLEMENTE V, NON POTREBBE ESSERE STATO PROPRIO LUI A “CONVINCERE” IL RE DI FRANCIA ED I SUOI MINISTRI A SVILUPPARE QUELLA STRATEGIA, DI COSI’ ALTO PROFILO E SOTTIGLIEZZA PSICOLOGICA, CHE PORTO’ ALLA SOSPENSIONE DI UN ORDINE, GIUDICATO E CONDANNATO DAL PAPA STESSO, ORMAI COSI’ INUTILE E RIGIDO COME QUELLO TEMPLARE?-
Francamente sono domande inquietanti perché, ove si trovasse una risposta affermativa, magari tra i tanti documenti celati nell’Archivio Segreto Vaticano, la Storia della fine dell’Ordine Templare, compresa la verità circa l’olocausto di Jacques de Molay, andrebbe, inevitabilmente, riscritta completamente!-
Roma, li 05 febbraio 2006 – a. O. 888 –
Bruno Salvatori CKT – CTJ
Commendatore della Commenda “Templum Domini” di Roma
del Gran Priorato d’Italia dell’OSMTH -
Bibliografia di riferimento:
* Regestum Clementis papae V – Romae 1895; * The Hospitalliers in Cyprus after 1291 – Luttrell – 1972;
* Le Registre de Bénoit XI – Parigi 1905; * Il Papato, l’Europa e i Tertari – Soranzo – 1930 ;
* Storia delle Crociate – Runciman – 1966 ; * Dolcino e il movimento ereticale all’inizio del Trecento – Anagnine – 1964 ;
* La vera storia dei Templari – P.P.Read – 1999; * Toscana e Terrasanta nel medioevo – AA.VV. 1982.-
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